Da un appello di ANITA, associazione che rappresenta la categoria degli autotrasportatori, nasce lo spunto per una riflessione sulle infrastrutture italiane: in tempo di pandemia, infatti, i rappresentanti di chi guida i TIR si appella al governo per chiedere che non siano fermati quei servizi essenziali necessari durante i viaggi.

Anzi, sottolinea l’urgenza di garantire ai camionisti la possibilità di usufruire di tali servizi (ristorazione come bagni, per capirci) in sicurezza, data la natura dell’emergenza in corso.

Ovviamente la pandemia rappresenta una situazione eccezionale, ma, come in molti altri campi, esaspera problemi preesistenti; la domanda è dunque d’obbligo: sono sufficientemente adeguate le infrastrutture italiane a supporto di chi guida un camion attraverso la penisola?

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L’appello di Anita alle istituzioni

«Gestire in modo efficace l’emergenza sanitaria da COVID-19 vuol dire anche occuparsi delle necessità degli autisti dei mezzi pesanti che continuano incessantemente, con estrema dedizione al lavoro e impegno, a rifornire la collettività intera». 

Con queste parole il Presidente di Anita, Thomas Baumgartner, si esprimeva il 13 novembre scorso rivolgendosi al governo.

La preoccupazione di Anita nasceva soprattutto dalle restrizioni messe in atto dalle differenti classificazioni di rischio epidemico delle regioni italiane, con la chiusura anticipata di molti servizi essenziali come quello della ristorazione.

La richiesta fatta in occasione di quello che era l’ultimo DPCM emanato riguardava infatti misure da adottare proprio per venire incontro ai camionisti, che in ottemperanza al proprio dovere e per la natura stessa del loro lavoro, necessitano di una rete di assistenza e ristoro che prescinda dagli orari.

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Il problema al di fuori delle autostrade

La chiave della questione sta nell’unica eccezione alla chiusura anticipata alle 18 di bar e ristoranti, spesso unico luogo nei quali i conducenti di TIR possono anche trovare servizi igienici: essa parlava infatti solo dei punti ristoro lungo la rete autostradale.

Si tratta di un problema in quanto, com’è ovvio, i camion non viaggiano esclusivamente e prevalentemente in autostrada.

Se, da un lato, il provvedimento è comprensibile in termini di contenimento della pandemia, dall’altro è difficile da conciliare con il flusso di mezzi pesanti che devono attraversare strade statali e città per giungere a destinazione.

Per Anita, il fatto che non esista una rete attrezzata di somministrazione di tutti quei servizi – da quelli igienici a quelli alimentari o dedicati al riposo – per chi guida i camion, dimostra l’assenza di condizioni di lavoro accettabili.

A mancare sono infatti aree di sosta attrezzate per i veicoli industriali, spesso anche di tipo interportuale e di scambio intermodale, mentre le stazioni di servizio e rifornimento carburante lungo le strade di grande comunicazione e sulle strade statali dei territori non raggiunti dalla rete autostradale rappresentano l’unico approdo in moltissime zone d’Italia.

D’altronde, i conducenti di TIR sono impegnati in attività lunghe e faticose tali da richiedere un adeguato riposo e ristoro, non solo in nome di un trattamento dignitoso ma in osservanza alla stessa normativa di settore. 

Aspetto, questo, valido anche al di fuori dell’emergenza.

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