Il 2026 si sta rivelando uno degli anni più complessi per il trasporto containerizzato. Una combinazione di eventi meteorologici estremi, di tensioni geopolitiche e di conseguenti misure correttive adottate dalle compagnie di navigazione sta cambiano il quadro operativo globale.
Dall’Asia orientale agli Stati Uniti, fino al Canale di Panama, è il clima a imporre nuove regole, mentre le compagnie di navigazione cercano di compensare con interventi tariffari e riorganizzazioni di rete. Il risultato è una supply chain perennemente sotto pressione, costretta a confrontarsi con ritardi, congestioni e costi in aumento.
La stagione dei tifoni mette in crisi i porti asiatici
La stagione dei tifoni 2026, che il vettore Maersk ha classificato come ‘sopra la norma’, ha colpito duramente i principali scali dell’Asia orientale. Le tempeste, concentrate in brevi finestre temporali, hanno infatti provocato allagamenti con conseguenti chiusure, fermi delle operazioni e congestioni.
Secondo dati Sea‑Intelligence, ben 14 dei porti più trafficati della regione registrano cali significativi negli arrivi puntuali, connotando uno scenario di congestione e ritardi diffusi.
In conseguenza, anche le rotte sono sotto stress: nel caso di Maersk, ad esempio, la modularità della Gemini Cooperation le ha permesso di contenere parte degli impatti, ma è la compagnia stessa a riconoscere che è in atto una situazione fatta di ritardi diffusi e della necessità di ricalibrare flussi e piani operativi. Non a caso, ai clienti viene consigliato di introdurre buffer time e valutare rotte alternative.
Leggi anche:
Flotta fantasma, il “buco nero” dello Shipping
Stati Uniti e Americhe: tra uragani e siccità, la navigabilità è a rischio
Non soltanto l’Asia è alle prese con fenomeni meteorologici eccezionali. I tifoni imperversano infatti anche sulle coste USA: la stagione degli uragani sta colpendo le coste statunitensi e centroamericane, con altrettante ovvie ripercussioni sulle operazioni portuali. In un contesto che è già fragile di per sé, ulteriori interruzioni potrebbero fare da amplificatore ai ritardi generati in Asia.
Come se non bastasse, c’è il “Super El Niño” e la derivante crisi del Canale di Panama: il fenomeno meteorologico – noto come, appunto, come ‘Super El Niño’ per distinguerlo dalla sua versione ‘normale’ – ha riportato condizioni di siccità estrema nel Canale che unisce gli oceani da una sponda all’altra del continente centroamericano. Il Lago Gatun, principale riserva idrica dell’infrastruttura, registra livelli insolitamente bassi, anche rispetto a quelli degli ultimi anni, già considerati critici.
La Panama Canal Authority ha ridotto i transiti da 40 a 34 navi al giorno, con un’ulteriore stretta a 32 navi dal 15 settembre. A subire limitazioni ancora più severe sono le navi Panamax, che sono anche le più sovradimensionate.
Il risultato è un aumento dei tempi di attesa e un rischio crescente di colli di bottiglia in una delle arterie più strategiche del commercio globale.
Le contromisure economiche: l’esempio dei rincari FAK di CMA CGM
In risposta alle pressioni operative, CMA CGM ha annunciato un aumento delle tariffe per compensare le inefficienze e i costi operativi maggiorati: sono annunciati nuovi FAK, RRI e PSS su diverse rotte, con incrementi che riflettono la necessità di stabilizzare margini e sostenere la rete.
Tra i principali adeguamenti si registrano, sulle rotte per il Nord Europa, 2.165 USD (per container da 20’) / 2.680 USD (per container da 40’), per il Mediterraneo Occidentale, 2.465 USD / 3.280 USD, per il Mediterraneo Orientale, 3.215 USD / 4.030 USD, per l’Adriatico, 2.765 USD / 3.780 USD e per il Mar Rosso, 4.365 USD / 4.930 USD.
Questi valori testimoniano come le linee stiano trasferendo parte dei costi generati da congestioni, deviazioni e inefficienze strutturali.
Un sistema sotto pressione: la combinazione dei fattori di instabilità
Il 2026 annovera una serie di criticità convergenti: maltempo eccezionale in Asia, uragani nelle Americhe, siccità nel Canale di Panama, tensioni in Medio Oriente. Ogni elemento, preso singolarmente, sarebbe gestibile, ma la loro combinazione produce invece un effetto domino che rallenta la circolazione dei container e aumenta i costi.
Le conseguenze sono già evidenti sulla supply chain globale, con una evidente riduzione dell’affidabilità della rotazione delle rotte, la congestione nei porti gateway, l’aumento dei tempi di transito, il rialzo dei noli e delle sovrattasse e la necessità di rivedere priorità, documentazione e routing.
Il 2026 rappresenta un nuovo e ulteriore banco di prova per la resilienza del trasporto containerizzato. Le compagnie stanno reagendo con misure operative e tariffarie, ma la portata degli eventi climatici e geopolitici richiede una revisione più profonda delle strategie di rete e della gestione del rischio. In un mondo sempre più interconnesso, la stabilità della supply chain marittima dipende dalla capacità di anticipare, adattarsi e innovare di fronte a un clima che non concede tregua.




