Si delineano in modo sempre più distinto gli effetti della schizofrenica situazione geopolitica nella quale versa l’Europa, ma non solo. A farne le spese è in prima battuta l’offerta di trasporti cargo nel continente: nel primo trimestre del 2022 è calata del 4% rispetto al precedente.

Le cause sono molteplici, ma in buona sostanza riconducibili alla ‘goccia’ che ha fatto traboccare un vaso già colmo sino all’orlo dopo due anni di scrolloni pandemici, ossia la guerra in Ucraina. 

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Dove sono spariti i camion?

La mancanza di camionisti è sempre stata un problema negli ultimi vent’anni, ma non spiega quanto sta accadendo oggi.

Mediamente il rapporto tra merci da trasportare e camion prima della guerra rimaneva stabilmente compreso fra rapporti percentuali del 60:40 e 40:60. A sparigliare le carte è stata l’aspettativa per una forte ripresa dopo due anni di pandemia, bruscamente gelata dalle diverse crisi di materie prime ed energia, prima, e dalle mosse del Cremlino, poi.

Si ha così avuto un calo dei carichi in transito nel Vecchio Continente dell’8% a gennaio 2022 e del 12% a febbraio. La dinamica così innescatasi è stata di tipo difensiva da parte del comparto dell’autotrasporto, il quale, già in difficoltà per i costi triplicati del carburante, ha progressivamente deciso di ridurre al minimo i mezzi circolanti.

Su questa situazione si è innestato lo tsunami della guerra, bloccando il meccanismo in modo apparentemente irreversibile.

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Camion fermi per i consumi (e non solo)

Se, come dicevamo, molte aziende di autotrasporto sono ricorse alla soluzione più ovvia, vale a dire tenere parte delle flotte in garage, lo scoppio del conflitto si è inserito in questa logica in modo dirompente.

Il primo effetto collaterale è stata la letterale sparizione di moltissimi dei già pochi autisti operativi sui mercati europei. Gli ucraini costituiscono una buona fetta dei camionisti che lavorano per ditte UE, specialmente in Polonia e Paesi Baltici. Aziende che, adesso, non sanno nemmeno dove siano molti di questi lavoratori, risucchiati nel vortice della guerra in patria.

Il secondo è lo stop delle attività dell’industria ucraina, che non ordina e non spedisce più nulla, azzerando dunque una discreta fetta dei traffici su gomma in Europa, così come hanno fatto le sanzioni contro Mosca e l’import-export nei suo confronti: i carichi in transito verso l’Ucraina sono calati del 50% da inizio conflitto, dell’80% quelli in uscita, dell’85% il traffico verso la Federazione russa.

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Disponibilità camion-merci

Allo stato attuale delle cose, il rapporto tra domanda di trasporti merci e disponibilità dei camion è invertito rispetto alla condizione pre-bellica: se 70 è la domanda, 30 è l’offerta.

La domanda supera dunque l’offerta, con ripercussioni particolari tra Paese e Paese: Germani ed Italia ne sono un esempio. 

Ad inizio anno la fornitura di merci da Berlino, in passato sempre in equilibrio con l’offerta di passaggi su gomma, è calata, portando gli autocarri a trovarsi spesso in surplus. Innescata la riduzione dell’offerta da parte dei vettori, è risalita la domanda (come in tutta Europa, che a marzo ha fatto segnare un +42%).

Tuttavia, l’industria italiana stessa registra una mappatura a macchie delle differenti attività e delle merci sia in entrata che in uscita dai confini: la siderurgia, per esempio, è asfittica, strangolata dal costo dell’energia e dalla mancanza di forniture di materiali ferrosi proprio dall’Ucraina.

In questo modo la domanda di camion disponibili rimane alta, con le aziende di autotrasporto che, però, non hanno la garanzia di viaggiare sempre a pieno carico e, comunque, con la certezza di doverlo fare accollandosi enormi costi operativi rispetto al passato. 

Certo, una parte dell’autotrasporto ha trovato nuova linfa nel traffico di aiuti umanitari e militari verso Kiev, ma si tratta di una situazione non stabile in prospettiva.

Resta assai complicato prevedere come il settore potrà riassestarsi e, come fatto in Germania, potrebbe rendersi necessario considerare degli aiuti e degli alleggerimenti fiscali sulle società di autotrasporto, strette in una morsa davvero imprevedibile.

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