La Cina blinda il carbone e ripensa una logistica mondiale meno ‘green’

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Tra cali dell’eolico, manutenzioni alle centrali nucleari e tensioni in Medio Oriente, Pechino sta frenando sulle rinnovabili e sta riorganizzando le catene di approvvigionamento globali per garantire la propria sicurezza energetica nazionale. Non è un mistero che la transizione ecologica globale si trovi oggi a fare i conti con la realtà della sicurezza energetica e, soprattutto, con la fragilità delle catene logistiche internazionali. 

La Cina, pur confermandosi il motore indiscusso e il leader mondiale nel settore delle energie rinnovabili, ha dovuto frenare bruscamente la sua corsa verde ed aumentare del 3,1% su base annua la produzione di energia elettrica da carbone e gas, come testimoniano i dati diffusi dall’Ufficio Nazionale di Statistica di Pechino, per compensare il calo dell’eolico e del nucleare.

Infatti, a fronte di un drastico taglio dell’output derivante dall’energia eolica per via di condizioni ambientali non controllabili, unitamente ad una serie di fermi programmati necessari per la manutenzione di diversi impianti nucleari, Pechino, per evitare blackout e garantire la stabilità della rete elettrica nazionale, ha dovuto far crescere, nei primi quattro mesi dell’anno, la generazione termoelettrica – composta quasi interamente da carbone – che è così cresciuta del 3,6% rispetto allo stesso periodo del 2025, superando l’aumento della domanda elettrica totale (attestata al 2,6%). 

Logistica e rotte marittime: l’impatto delle tensioni in Iran

Questa accelerazione si inserisce in uno scenario geopolitico internazionale estremamente delicato dove il conflitto in Iran e l’instabilità diffusa nel Medio Oriente continuano a destabilizzare i mercati energetici mondiali, spingendo al rialzo i prezzi del gas naturale liquefatto (GNL). 

Le rotte marittime globali, in particolare i passaggi chiave come lo Stretto di Hormuz e il Canale di Suez, sono sottoposte a costanti rischi di sicurezza, con un conseguente aumento dei costi assicurativi dei noli marittimi e dei tempi di navigazione per le navi metaniere. 

Per la Cina, dipendere da una supply chain del GNL così esposta a shock geopolitici rappresenta un rischio insostenibile per la stabilità interna e, di conseguenza, ha messo in atto una strategia di protezione logistica riducendo drasticamente le importazioni di GNL per non sottostare a costi finanziari e logistici eccessivi. Questa decisione ha ridisegnato i flussi commerciali globali, liberando carichi di gas spot verso altre destinazioni (come l’Europa) ma aumentando  la pressione logistica interna sulle proprie risorse fossili. 

La blindatura delle scorte interne e lo stop all’export

Per compensare il minor afflusso di gas liquefatto e la volatilità delle rinnovabili, il governo cinese ha pertanto scelto di blindare la propria supply chain del carbone, tagliando drasticamente  le esportazioni per mantenere ogni singola tonnellata all’interno dei confini nazionali. 

L’obiettivo che coinvolge tutte le centrali elettriche del Paese appare quello di accumulare scorte massicce in vista dell’estate allorché si presenterà il picco annuale dei consumi elettrici a causa dell’uso massiccio dei condizionatori, uno stress test che il sistema logistico cinese non può permettersi di fallire. Questa strategia di stockpiling (accumulo delle scorte) richiede uno sforzo logistico imponente, che satura le reti ferroviarie interne – in particolare quelle che collegano le grandi regioni minerarie del nord, come lo Shanxi e la Mongolia Interna, con i centri industriali del sud e dell’est – e i porti di sbarco costieri. 

Le ripercussioni della strategia logistica cinese sulle supply chain globali 

Lo scenario che si va configurando evidenzia una profonda contraddizione strategica e infrastrutturale  nelle scelte operate dalla Cina che difficilmente non avrà pesanti ricadute sulle catene di approvvigionamento mondiali.

Se da un lato la Cina controlla la supply chain globale delle tecnologie verdi (dalla raffinazione del litio e del cobalto alla produzione di pannelli solari e batterie), dall’altro lato rimane strettamente ancorata alle catene di approvvigionamento tradizionali del carbone per colmare i vuoti causati dall’intermittenza delle rinnovabili. Non è la prima volta che accade: già due anni fa, una storica siccità aveva messo in ginocchio la produzione idroelettrica del Paese, costringendo Pechino a fare affidamento sulle vecchie centrali termiche. 

I dati forniti dal Global Energy Monitor confermano l’enormità di questo doppio binario infrastrutturale certificando come la Cina lo scorso anno abbia rappresentato da sola il 78% di tutta la nuova capacità a carbone entrata in funzione a livello globale. 

Inoltre, il Paese detiene l’86% delle centrali a carbone attualmente in costruzione in tutto il mondo. 

Mentre l’Occidente tenta di diversificare le proprie catene del valore per ridurre la dipendenza dai componenti green cinesi, la Cina stessa si rende conto che la transizione non può avanzare senza una rete di salvataggio logistica ultra-resiliente. E, al momento, l’unica catena di approvvigionamento in grado di garantire una risposta immediata e di massa agli shock energetici è quella del carbone, una risorsa che Pechino estrae, trasporta e brucia interamente entro i propri confini, al riparo dalle tempeste geopolitiche marittime. 

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