Onde lunghe sul protezionismo: il futuro incerto del Jones Act

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La deroga al Jones Act non è solo una risposta emergenziale alla crisi energetica ma rivela come la pressione competitiva asiatica e le fragilità logistiche USA rimettano in discussione l’intero quadro normativo che regola la marina mercantile americana.

Una sospensione figlia di problemi strutturali

La deroga di 150 giorni al Jones Act, introdotta il 18 marzo 2026 durante la guerra contro l’Iran, è stata presentata come una misura motivata dall’emergenza energetica causata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e, conseguentemente, per contenere l’aumento dei prezzi dei prodotti petroliferi. Tuttavia, l’emergenza ha messo in luce un nodo più profondo: la capacità della flotta statunitense non è più sufficiente a garantire i traffici interni, soprattutto nel segmento dei prodotti raffinati e del Gpl. Si stima, infatti, che oltre 31 milioni di barili sono stati trasferiti tra porti USA grazie a navi straniere, evidenziando quanto il sistema protetto dal Jones Act sia oggi incapace di rispondere a shock improvvisi.

Il Jones Act nacque nel 1920 per difendere la cantieristica americana dalla competizione europea. Oggi, però, la sfida più rilevante arriva dall’Asia. Giappone e Corea del Sud paesi che dominano la costruzione di navi tecnologicamente avanzate, con costi inferiori e una capacità produttiva che gli Stati Uniti non possono eguagliare.

I cantieri giapponesi insieme a quelli sudcoreani sono in grado di produrre navi con costi fino al 30% inferiori rispetto a quelli statunitensi. Inoltre, gli operatori asiatici non solo dispongono della flotta LNG tra le più moderne al mondo, ma sono anche in grado di reindirizzare rapidamente tonnellaggio verso rotte remunerative, inclusi i traffici interni USA durante la sospensione.

La concorrenza non è quindi più solo europea ma è globale, e soprattutto asiatica. La sospensione del Jones Act ha aperto temporaneamente il mercato interno a questi operatori, mostrando quanto essi siano ormai decisivi per garantire continuità logistica. 

Ricadute sulla logistica interna e internazionale

Gli effetti della deroga sulla logistica statunitense si sono tradotti in primo luogo in un aumento di disponibilità di stiva che ha, seppur temporaneamente, ridotto i colli di bottiglia. In secondo luogo, ha favorito territori tradizionalmente penalizzati dal Jones Act, come Porto Rico, Hawaii e Alaska, dove i prezzi del carburante risultano storicamente più alti e dove da tempo si richiede un ripensamento della misura del Jones Act sostenendo che il sistema protetto non è in grado di garantire flussi costanti in caso di crisi energetiche.

Sul piano internazionale, l’ingresso di navi straniere nelle rotte USA ha sottratto capacità al mercato globale, contribuendo a un aumento dei noli.

Inoltre, la deviazione di traffici verso gli Stati Uniti ha accentuato la volatilità dei prezzi dei prodotti raffinati nel Pacifico generando tensioni nel mercato internazionale.

Le alternative alla scadenza della deroga

Con l’avvicinarsi della fine della deroga fissata per il 15 agosto 2026, il dibattito politico e industriale si concentra su tre possibili scenari. Il primo è il ripristino integrale del Jones Act sostenuto, soprattutto, da parte dell’industria marittima statunitense, che teme un indebolimento strutturale dei cantieri e della flotta nazionale. Tuttavia, la rigidità del sistema rischia di far esplodere i prezzi dei carburanti a ridosso delle elezioni di Midterm. Si aggiunga a ciò che i dati hanno dimostrato come la concorrenza estera possa erodere rapidamente la base industriale USA.

L’ipotesi più discussa e citata dagli analisti è però una riforma selettiva del Jones Act, che consisterebbe nell’eliminazione dell’obbligo di costruzione delle navi negli stati Uniti, mantenendo però bandiera ed equipaggio USA. Questa soluzione permetterebbe di utilizzare navi costruite in Asia ma registrate negli Stati Uniti, aumentando la capacità interna senza demolire completamente la protezione industriale.

Altri operatori  propongono invece l’introduzione di un nuovo quadro normativo. più flessibile, che mantenga requisiti di sicurezza e controllo ma consenta deroghe automatiche in caso di crisi energetiche o carenza di capacità. Questa opzione mira a evitare future sospensioni ‘totali’, considerate troppo destabilizzanti.

Non è infine da escludere, però, la proposta di una nuova deroga che rimandi ogni decisione ad uno scenario caratterizzato da maggior tranquillità sia di politica interna che di congiuntura internazionale.

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