L’anno scorso hanno superato il limite delle 100 unità con 1.842 marittimi coinvolti dopo aver mantenuto un trend non superiore ai 25 casi sino al 2016.

Parliamo delle navi mercantili abbandonate nei porti dal loro armatore che non potendo più fare fronte a costi troppo elevati o risolvere situazioni divenute all’improvviso troppo “complicate”, finisce per disinteressarsi di mezzi e uomini lasciandoli al proprio destino.

Un fenomeno in decisa crescita negli ultimi cinque anni che un’indagine realizzata dal Corriere.it ha portato alla ribalta in questi giorni.

Il numero delle imbarcazioni abbandonate negli ultimi venti anni è di 703 mercantili con 9.925 persone di equipaggio ed un totale di stipendi non pagati di 40 milioni di dollari. Il paese maggiormente coinvolto è quello degli Emirati Arabi Uniti con 89 casi, mentre l’Italia è quinta con 25 casi, preceduta da Spagna, Turchia ed Iran.

A completamento dello specifico scenario in cui questo tipo di abbandono si consuma, si può rilevare che gli equipaggi coinvolti sono in massima parte composti da marittimi provenienti dall’India (1.491 persone), dall’Ucraina (1.211), dalle Filippine (1.172), oltre che da Russia, Myanmar, Cina e Pakistan.

Le navi maggiormente soggette a questo fenomeno sono quelle da carico per quasi un terzo del totale, seguite da portarinfuse e navi cisterna.

Leggi anche:
Quale futuro per le navi cisterna per il trasporto del diesel?

 

 

Le cause del fenomeno 

L’abbandono delle navi da parte dei proprietari o degli armatori, senza un adeguato mantenimento né un piano per un futuro utilizzo, avviene essenzialmente per alcuni motivi ricorrenti che hanno trovato maggiore enfasi negli ultimi anni.

Alla base delle decisioni dell’armatore di dismettere l’attività, infatti, vi sono, molto spesso, problemi economici e difficoltà finanziarie, mancanza di fondi per le riparazioni, la presenza di costi operativi insostenibili o, addirittura, la bancarotta della compagnia di navigazione.

In generale, poi, la presenza di eventuali conflitti, contribuisce ad esasperare le situazioni. Nel caso specifico la guerra in Ucraina ha determinato, per un gran numero di navi escluse dall’accordo sul transito dei cereali siglato a Istambul lo scorso luglio, un reale stato di prigionia nei porti del Mar Nero e del Mar d’Azov, non ancora completamente risolto malgrado l’intervento dell’ONU.

Un ruolo importante, tra le cause di abbandono delle navi, lo ha avuto anche l’emergenza sanitaria a seguito della pandemia di Covid-19 che ha portato ad una riduzione delle attività commerciali e dei flussi di merci, sovente accompagnati da chiusura di porti o flessioni della domanda di trasporto.

La pandemia, inoltre, con l’introduzione di controlli e limitazioni ha di fatto bloccato gli avvicendamenti tra marittimi con il risultato che oltre 300mila marittimi hanno visto scadere i propri contratti in mare senza poter essere sostituiti. Fattore, questo, che ha aperto numerosi contenziosi sul piano economico con le compagnie.

Leggi anche:
Shipping, retrofitting per navi più green

 

 

Il ruolo della logistica

Le interruzioni delle catene di approvvigionamento e i mancati carichi di merci hanno anch’esse contribuito ad alimentare il fenomeno delle navi mercantili fantasma.

Le catene di approvvigionamento globali, infatti, sono complesse reti che coinvolgono numerosi attori, tra cui produttori, fornitori, intermediari e operatori di trasporto marittimo. 

Quando si verificano interruzioni significative nella catena di approvvigionamento, ad esempio a causa di catastrofi naturali, conflitti, restrizioni commerciali o crisi economiche, si può determinare una riduzione dei flussi di merci tali da non giustificare i costi operativi delle navi per il trasporto o determinare un calo nella domanda stessa di trasporto marittimo.

La logistica, inoltre, è responsabile della pianificazione delle rotte e dell’allocazione dei carichi per massimizzare l’efficienza del trasporto marittimo. 

Tuttavia, durante periodi di crisi o instabilità, le rotte commerciali possono essere modificate o ridotte, e la domanda di trasporto può diminuire. In tali situazioni, la logistica può essere coinvolta nella decisione di abbandonare le navi o lasciarle inattive nei porti, poiché, anche in questi casi, i costi operativi non sono più sostenibili.

Leggi anche:
Shipping: obiettivo zero emissioni in un futuro multi-carburante

 

 

Possibili soluzioni

Il fenomeno descritto rappresenta una sfida complessa che deve tener conto di diversi aspetti legati sia alle persone, nella fattispecie i marittimi, sia alla gestione dei mezzi abbandonati.

I marittimi, veri incolpevoli di queste situazioni, rappresentano gli “ultimi ingranaggi della catena” e oltre a rischiare di subire il danno economico del mancato pagamento dei salari maturati, si ritrovano senza visto, e quindi impossibilitati a scendere a terra nei porti in cui sono confinati.

Sono costretti, poi, a subire il deterioramento delle condizioni di vita a bordo di navi a cui progressivamente viene a mancare dal cibo all’energia.

Come evidenziato nell’indagine del Corriere.it citata, “per le norme internazionali essi sono tecnicamente abbandonati dopo almeno due mesi di mancata assistenza e retribuzione”.

L’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), l’agenzia delle Nazioni Unite responsabile della regolamentazione del trasporto marittimo, ha riconosciuto il problema delle navi mercantili abbandonate come una questione importante e ha adottato misure per affrontarlo. L’IMO ha sviluppato linee guida e convenzioni per la gestione delle navi abbandonate e lavora per promuovere la loro implementazione da parte dei paesi membri.

In sintesi, oltre a rafforzare la regolamentazione e l’applicazione delle leggi, appare indispensabile migliorare la tracciabilità delle navi mercantili e aumentare la responsabilità degli armatori. 

Ciò potrebbe essere realizzato con l’uso di tecnologie come i sistemi di identificazione automatica (AIS) e la registrazione obbligatoria delle informazioni relative alla proprietà e alla gestione delle navi.

È, infine, indispensabile promuovere la cooperazione internazionale per affrontare le sfide che si estendono oltre i confini nazionali. Gli Stati costieri, le organizzazioni regionali e le istituzioni internazionali, come l’IMO, dovrebbero lavorare insieme per condividere informazioni, sviluppare linee guida comuni e coordinare gli sforzi per identificare, gestire e rimuovere le navi abbandonate

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here