Prima della pandemia si abusava del termine sostenibilità in ambito aziendale: il più delle volte, purtroppo, dietro alle parole non si celavano molti fatti concreti. La pandemia sembrava averci ‘resi tutti più buoni’, dimostrando come la natura, quando sfugge al controllo presunto che crediamo di esecutare su di lei, è in grado di schiacciarci in men che non si dica.

In conseguenza, il parallelo con il clima – ricordate di quanto si abbatterono le emissioni inquinanti mondiali durante i primi grandi lockdown – veniva facile e la sostenibilità si era illusa di avere qualche reale chance di passare dalle parole ai fatti.

Oggi, in un clima torrido e scosso da venti di guerra, emerge l’aspetto ben più egoistico della nostra società, che di fatto preferisce il condizionatore alla pace, figuriamoci a qualcosa di meno tangibile nel breve termine come può esserlo il risparmio di CO2.

È però anche vero che la filiera della produzione e della logistica si sono orientate maggiormente verso la sostenibilità e le campagne di comunicazione in tal senso sono chiare. Dietro alla sostenibilità devono però esserci l’etica e la responsabilità.

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Sostenibilità e trasparenza

Lo sforzo maggiore che è stato compiuto dalle aziende riguarda la trasparenza della propria filiera e la comunicazione con il cliente. Rendere più efficiente e trasparenti i processi viene inteso come uno dei principali modi per dare di sé un’immagine ‘sostenibile’.

Un problema è però dettato dal disallineamento che può esistere tra sostenibilità e responsabilità.

 

La responsabilità di una filiera

La complessità di una filiera logistica può essere estrema: si pensi solo al percorso fatto da un chicco di caffè, prima come coltivazione e poi come prodotto macinato.

La Supply Chain da questo punto di vista ha cercato negli anni di diventare sempre più trasparente e tracciata, mettendosi in condizioni di informare il consumatore sull’origine esatta di quel prodotto.

Ciò ha scoperchiato un enorme vaso di Pandora, che riguarda l’impatto del comportamento delle aziende sugli aspetti sociali del lavoro, ossia sulle condizioni di lavoro nei Paesi di origine della fornitura: una ricerca firmata dal MIT di Boston sulle aziende statunitensi ha però rivelato che appena l’8,3% è davvero conscia della propria catena di approvvigionamento, mentre almeno una su cinque non dispone di dati concreti sui fornitori dei propri fornitori.

In parole povere, la catena è talmente articolata che dopo i primi anelli se ne perdono le tracce.

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Le lacune nell’impatto sociale

Quanto appena detto dimostra che anche un’azienda che sulla carta può affermare di avere una supply chain trasparente potrebbe a sua insaputa favorire lo sfruttamento dei lavoratori, il non rispetto della sicurezza, il lavoro minorile e chissà quante altre forme di iniquità sociale perpetrate da subfornitori in nazioni del terzo mondo.

Va anche notato che in molti Paesi queste pratiche sono legali, dunque non risultano illeciti in quanto vi è un differente metro di giudizio in merito a che cosa sia un reato.

Operare su questi aspetti rende più responsabile la Supply Chain e questo è un primo passo verso la sostenibilità della stessa.

 

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Il ciclo di vita

Quando si parla di sostenibilità troppo spesso ci si ferma agli aspetti più evidenti e superficiali. In effetti, un’azienda potrebbe aver reso teoricamente ‘ad impatto zero’ la propria Supply Chain dal punto esatto in cui essa inizia ad essere visibile, trascurando comunque una serie notevole di passaggi e compensando molti dei benefici ottenuti.

Quello che manca è una visione dell’intero Life Cycle Assessment del prodotto, che deve per forza andare oltre agli impatti specifici dell’azienda, sia a monte, sia a valle.

Molte e missioni di gas serra sono infatti dovute a quel tratto della catena che sfugge al controllo, ossia il subfornitore che opera a monte, magari in una nazione che non possiede nemmeno un regolamento sulle emissioni inquinanti.

I metodi di lavorazione o coltivazione possono essere estremamente dannosi ed occorre ricordare che molti dei Paesi che forniscono materie prime o bestiame da macellare su grandissima scala si collocano in fondo alla lista del rispetto dei diritti umani ed ambientali.

 

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Responsabilità e sostenibilità

Le aziende possono avere un impatto positivo sull’aspetto sociale del lavoro, imponendo con le leggi della forza economica delle pratiche ai propri fornitori.

Ovviamente posso poi lavorare per ridurre le fasi non necessarie, gli sprechi e lavorando sulle modalità di trasporto.

Avere una vera Supply Chain responsabile è il primo passo per implementare anche la sostenibilità, tenendo bene a mente che non si tratta di azioni una tantum: occorrono piani a lungo termine da sottoporre a continuo miglioramento e serve la reale intenzione ad esercitare un controllo perché le decisioni prese siano rese operative da tutta la catena.