La centralità della logistica nella vita di un Paese e del più ampio sistema economico nel quale è inserito torna prepotentemente alla ribalta con l’obbligatorietà del Green Pass, certificazione che sta dividendo a diverso titolo e con più o meno razionali argomentazioni  la società civile.

Sarebbe terreno assai accidentato quello che si incontrerebbe addentrandosi fra i distinguo di quanti ne fanno una questione di rispetto delle regole, di senso civico, di scelta ideologica o, addirittura, di teoria del complotto a sfondo pseudo-dittatoriale; fatto sta che nel week end appena trascorso proprio la logistica si è intestata molte delle manifestazioni contro l’entrata in vigore dell’obbligatorietà della certificazione verde sui luoghi di lavoro, minacciando in alcuni casi il blocco di attività portatrici di linfa per il sistema-Paese, quali l’autotrasporto e lo sbarco e imbarco merci nei porti.

V’è però anche una effettiva contraddizione in termini, schivando i giudizi di natura politica e morale, nell’applicazione del Green Pass che offre il fianco alle critiche, come quella che riguarda l’autotrasporto.

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I problemi cronici dell’autotrasporto

Il trasporto su gomma in Italia è fondamentale, in quanto sappiamo che il nostro è un Paese che, ad oggi, paga un gap consistente rispetto ai vicini europei per quanto riguarda l’intermodalità, avendo indirizzato la sua crescita economica da sempre in favore dello sviluppo stradale più che su quello ferroviario.

Tuttavia, proprio questo settore, che in pandemia era stato acclamato a furor di popolo come il secondo salvatore della patria – dopo i medici, naturalmente – e grazie al quale non si erano fermati gli approvvigionamenti di beni malgrado lockdown e supply chain in ginocchio, riscontra da almeno un decennio una cronica carenza di autisti, ossia del suo principale patrimonio umano.

Questo con il Green Pass sembra avere poco a che fare, non fosse che ha contribuito a generare la situazione attuale, nella quale sulle autostrade italiane e, spesso, non per imprese italiane, viaggiano moltissimi camionisti stranieri: di fatto, gli unici disposti a fare questo faticoso lavoro, come dimostrano gli appelli di autotrasportatori che sono disposti ad offrire stipendi di tutto rispetto e, malgrado ciò, arrivano sin sulle pagine dei quotidiani nazionali senza trovare riscontro tra i giovani dello Stivale.

 

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Un Green Pass a due velocità

Ora, senza entrare nel merito della questione Green Pass dal punto di vista etico, ci sono alcune contraddizioni, per la verità difficili da aggirare perché connaturate alla sua stessa essenza, che non ne aiutano la digestione a quanti già lo vedono in cattiva luce.

Una di queste riguarda proprio il settore del trasporto pesante: il Green Pass è infatti una misura riconosciuta in tutta la UE, ma l’Italia è l’unico Paese a richiederlo obbligatoriamente in sede lavorativa.

Dunque, un camionista italiano è tenuto ad averlo. Ma un camionista straniero? Come pretendere che il dipendente di un’azienda con sede all’estero, dove tale obbligo non sussiste, si doti della certificazione?

Ecco, qui si spacca il filo della coerenza. Facendo un parallelo forse azzardato, in Italia il Green Pass è richiesto per sedersi all’interno di un locale per consumare alimenti, ma nei tavoli all’aperto no, mentre in Francia è necessario sempre, anche nei dehors: se il Ministero del turismo di Parigi permettesse agli italiani di seguire la regola di casa propria anche in Francia, i francesi cosa ne penserebbero?

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La mediazione dei Ministeri

Probabilmente avrebbero una reazione molto simile a quella denunciata da alcune associazioni di categoria degli autotrasportatori, che hanno immediatamente drizzato le orecchie alla nota congiunta dei ministeri delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili e della Salute, che precisa come gli autotrasportatori provenienti dall’estero saranno esentati dall’obbligo del Green Pass, a condizione che le operazioni di carico e scarico siano effettuate da altro personale.

Viene insomma derogata la possibilità di lavorare in Italia per gli autisti stranieri, quindi afferenti a diverse norme sul lavoro in relazione alla certificazione vaccinale, assumendo l’utopica condizione che questi non scendano mai dall’abitacolo del proprio veicolo.

Si tratta di una deroga fatta per evitare la paralisi di un settore che vede una larghissima percentuale di autisti provenienti da nazioni anche extra-UE e che senza di loro non riuscirebbe letteralmente a tirare avanti.

 

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Un boomerang per le imprese italiane?

La questione più preoccupante è però legata proprio alla situazione di partenza dell’autotrasporto in Italia, sulla quale l’applicazione del Green Pass va ad innestarsi. Non bisogna infatti dimenticare che la discriminante è la nazionalità del camionista, ma, soprattutto, il diritto del lavoro cui è sottoposto.

Dunque, paradossalmente, un camionista italiano assunto da un’azienda di autotrasporto estera potrebbe aggirare il vincolo?

Unatras, che riunisce le principali associazioni dell’autotrasporto come Fai, Fiap, Unitai e Assotir per Conftrasporto-Confcommercio, Cna Fita, Confartigianto Trasporti e SnaCasartigiani, teme che si tratti di un’assist alle aziende con sede al di là del confine italiano.

Secondo una stima diffusa dall’associazione, l’obbligo di Green Pass avrebbe trovato sprovvisti almeno il 25% dei camion delle imprese italiane, con la conseguenza che il settore produttivo si starebbe già rivolgendo all’estero per sostituire i servizi di trasporto forniti dai vettori nostrani.

 

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Ad ognuno la sua responsabilità

Ora, credere che nel governo ci sia una trama contro le aziende italiane risulta quantomeno fantasioso, eppure è vero che la norma non sia chiarissima e che apra a degli scenari alternativi che potrebbero anche non essere stati del tutto valutati.

Quello dell’autotrasporto è un settore fragile, proprio per le carenze cronicizzatesi nel tempo e che è noto essere terra di conquista proprio da parte dei vettori stranieri.

Non rimane dunque che appellarsi al buon senso di tutti, da entrambe le parti, chiedendo a ciascuno di fare il suo in un momento difficile, ma, non dimentichiamolo, pur sempre di ripresa.