La logistica si rivela, come sempre, lo scheletro sul quale si reggono attività ed equilibri umani. Così, sforati gli 80 giorni di guerra, dobbiamo fare i conti con un effetto collaterale dell’invasione russa dell’Ucraina che, forse, non è nemmeno così estraneo alle strategie geopolitiche.

Le 25 tonnellate di grano stoccate nel porto di Odessa e lì paralizzate dal conflitto, cui si sommano i furti di altre scorte denunciati da Kiev nei mesi scorsi in diverse regioni, rappresentano una percentuale enorme delle forniture che alimentano, è il caso di dirlo, la filiera di moltissimi Paesi.

Due i problemi in vista, poche le soluzioni: da una parte la pressione sociale, economica e politica che milioni di persone affamate, soprattutto in Africa, possono rappresentare per l’Occidente e l’impossibilità di sbloccare la filiera ucraina, che sarà costretta a veder marcire i nuovi raccolti per assenza di spazi di stoccaggio, dall’altra la consapevolezza che via terra non si può che esportare una minima parte di questa enorme massa di cereali. 

Piccolo inconveniente: oltre all’opposizione russa, politica e militare, c’è il problema pratico di attraversare un Mar Nero disseminato di mine.

Leggi anche:
Caro energia: i grossisti del fresh food fanno i conti

 

Un piano per sbloccare la logistica ucraina

Sia la UE che il G7 stanno cercando delle soluzioni per aggirare il blocco navale di Odessa. Il problema, sia chiaro, è che proprio il porto sul Mar Nero appare insostituibile per capacità di smaltimento delle derrate.

Ad un mese circa dall’inizio del conflitto Kiev aveva istituito dei treni speciali per evacuare, letteralmente, parte del grano stoccato via rotaia, ma si tratta di palliativi non in grado di competere con la capacità di stiva di una nave e comunque depotenziati dai bombardamenti russi proprio sulle infrastrutture.

Al G7 di pochi giorni fa il grano ucraino ha tenuto banco: l’intenzione è di trovare una soluzione rapida, che però dovrebbe passare necessariamente per un accordo con i militari di Mosca per l’istituzione di un corridoio navale sicuro.

Sicurezza molto opinabile, per altro, visto che il Mar nero è stato infarcito di mine, molte delle quali andate alla deriva: un rischio enorme per i marittimi e un ostacolo alla sostenibilità dei costi assicurativi per gli armatori.

Leggi anche:
Non tutto il grano è perduto: la movimentazione ucraina si affida al treno

 

Un problema di scala mondiale

Se non si troverà una soluzione, per quanto rischiosa, le conseguenze potrebbero essere anche peggiori: la logistica, come sempre, è paragonabile ad un grande domino e l’Ucraina rappresenta per la filiera alimentare il battito d’ali della farfalla che può innescare l’uragano in Africa.

Il blocco delle forniture di grano e altri cereali ha un effetto già devastante sulle nazioni occidentali, come l’Italia, che dipende da esse per una parte consistente di quel 60% di grano tenero che importa, ma su quelle del continente africano ha un impatto distruttivo.

In Paesi come l’Algeria scarseggia il pane già da tempo e in centro Africa lo spettro di una carestia alimentare è sempre in agguato: la conseguenza pratica sarebbe una nuova pressione migratoria ed una forte ondata di instabilità sociale e politica in quelle aree, cosa probabilmente messa in conto dagli strateghi russi in una guerra ‘totale’ ed ibrida nei confronti degli equilibri tra Occidente ed Oriente.

Leggi anche:
Distribuzione alimentare, un modello da ripensare

 

 

La ricaduta sull’Italia

Tra le tessere di quel domino c’è anche l’Italia. Come anticipato, il nostro import di grano tenero ammonta al 60% del fabbisogno nazionale e da Russia ed Ucraina ne arrivava buona parte.

Ora il problema assume contorni difficili da ignorare: la Russia ha tagliato le esportazioni, Kiev non è in condizione di inviare grano, tutte le nazioni occidentali hanno limitato la bilancia import/export del grano, ma scarseggiano anche i fertilizzanti. Dunque è complesso anche sopperire con la produzione interna, malgrado lo sblocco dei terreni a riposo nelle politiche di gestione agricola della UE.

A soffrire, poi, sono proprio le regioni che fungono il ruolo di ‘granai’ nazionali: al Sud non piove e si pagano le conseguenze di scelte recenti più o meno indotte come lo scarso acquisto di sementi nell’anno passato in Sicilia – anche se i prezzi erano buoni – e un ritardo nella semina di circa un mese in Puglia.

Oggi acquistare il grano costa caro: nell’ultimo mese il prezzo si è impennato del 16%, del 52% da febbraio, ossia dall’inizio della guerra.