Il contributo italiano di due euro sulle importazioni di basso valore provenienti da Paesi extra‑UE è diventato un caso emblematico di incertezza normativa. Introdotto dalla legge di Bilancio 2026 per colpire il flusso crescente di micro‑spedizioni legate all’e‑commerce internazionale, il prelievo non è mai entrato in vigore: prima rinviato da gennaio a luglio, poi a ottobre, ora slitta ancora.
Secondo la bozza di decreto legge esaminata dal Consiglio dei ministri il 16 settembre, la nuova data è il 1° dicembre 2026. Un rinvio definito ‘seriale’ da alcune analisi di settore, che riflette la difficoltà di coordinare una misura nazionale con un quadro europeo in rapida evoluzione.
Il Governo giustifica lo slittamento con la necessità di attendere la definizione della futura tassa europea di gestione delle piccole spedizioni, prevista entro il 1° novembre 2026. Una scelta che, come evidenziato da Confetra nel suo comunicato del 18 settembre, punta a evitare disallineamenti rispetto alle imminenti disposizioni dell’Unione e a scongiurare distorsioni concorrenziali in un mercato già attraversato da profondi cambiamenti.
Nel frattempo, però, il settore logistico italiano continua a confrontarsi con un quadro incerto, mentre i dati dell’Agenzia delle Dogane mostrano una contrazione del 39% delle importazioni di mini‑pacchi nel bimestre luglio‑agosto, segnale di un mercato in trasformazione accelerata.
Un rinvio che pesa
Il nuovo slittamento copre i mesi di ottobre e novembre e si aggiunge ai precedenti differimenti, che hanno già comportato costi significativi per lo Stato: 61,25 milioni per il rinvio da luglio a settembre, altri 40,8 milioni per quello attuale. La tassa, se applicata a regime dal 2027, avrebbe dovuto generare circa 245 milioni l’anno, ma ogni rinvio richiede nuove coperture.
La misura colpisce le spedizioni di valore dichiarato non superiore a 150 euro, indipendentemente dalla natura commerciale della transazione, e riguarda soprattutto i flussi generati da piattaforme come Temu, Shein e AliExpress, che però stanno già modificando i propri modelli logistici, consolidando le importazioni in grandi lotti all’interno dell’UE.
Il nodo europeo
Il contributo italiano si inserisce in un contesto comunitario in pieno riassetto. Dal 1° luglio 2026 è in vigore il dazio UE di tre euro sulle spedizioni di modico valore, introdotto dal Regolamento 2026/382.
A differenza della tassa italiana, il dazio è comune a tutti gli Stati membri e viene calcolato per voce merceologica: un pacco con tre articoli appartenenti a tre classificazioni diverse può arrivare a nove euro di dazio, cui si aggiungerebbero i due euro italiani se lo sdoganamento avvenisse nel nostro Paese.
Il Consiglio UE ha inoltre approvato il 3 settembre una riforma doganale che prevede una tassa europea di gestione, con importo stimato tra due e quattro euro. Il rinvio al 1° dicembre evita che l’Italia introduca per due mesi un prelievo nazionale destinato a essere rivalutato alla luce della nuova misura comunitaria.
Effetti sulla logistica e rischi di frammentazione
Le associazioni di categoria hanno espresso critiche convergenti: Confetra chiede da tempo la cancellazione del contributo italiano, sottolineando che un prelievo esclusivamente nazionale rischia di deviare i flussi verso altri hub europei, penalizzando la competitività del sistema logistico nazionale.
Confcommercio, pur condividendo l’obiettivo di contrastare forme di concorrenza sleale, segnala il rischio di effetti controproducenti, mentre Assonime evidenzia le criticità di una misura non armonizzata rispetto agli altri Stati membri.
Il presidente di Confetra, Carlo De Ruvo, ha parlato di un ‘cambiamento strutturale del commercio internazionale’, con un modello che si sta spostando dal frazionamento delle micro‑spedizioni al consolidamento dei flussi e alla localizzazione di hub logistici in Europa. In questo scenario, una tassa solo italiana rappresenterebbe un incentivo economico a scegliere aeroporti e centri logistici situati altrove per l’ingresso doganale delle merci.
Leggi anche:
Dalla Cina all’Europa: la fine del ‘direct shipping’
Le incognite giuridiche e il futuro del provvedimento
Rimane aperta anche una questione giuridica: il contributo italiano potrebbe essere considerato una tassa di effetto equivalente a un dazio, e quindi incompatibile con il diritto dell’Unione, qualora non risultasse collegato a un servizio amministrativo specifico.
La valutazione dipenderà dalla configurazione finale della misura e dal quadro europeo in via di definizione.
Nel frattempo, il mercato continua a reagire: la contrazione del 39% delle importazioni di mini‑pacchi registrata dall’ADM conferma che le misure europee già operative stanno modificando i flussi commerciali, riducendo il peso delle spedizioni dirette e favorendo modelli più strutturati.
Il nuovo rinvio della tassa italiana sui mini‑pacchi va oltre il passaggio tecnico, finendo per rappresentare una difficoltà profonda nel conciliare esigenze nazionali, trasformazioni del mercato e armonizzazione europea.
La logistica italiana osserva con attenzione, consapevole che la scelta finale avrà effetti diretti sulla competitività del settore e sulla capacità del Paese di restare un gateway rilevante nel commercio internazionale. Come ricordato da Confetra, solo una disciplina pienamente armonizzata potrà garantire condizioni eque per tutti gli operatori e preservare l’equilibrio di un sistema logistico già sottoposto a pressioni significative.




