L’origine di tante trasformazioni nella logistica è sempre lui: l’e-commerce. Il suo consolidarsi e imporsiha modificato profondamente il modo in cui le imprese progettano e gestiscono i propri flussi logistici.
D’altronde, se per decenni la distribuzione è stata organizzata attorno a flussi relativamente stabili e prevedibili, oggi una quota crescente delle attività ruota intorno a ordini individuali, configurati in tempo reale e caratterizzati da elevata eterogeneità.
La conseguenza più evidente riguarda la progressiva frammentazione delle attività logistiche, perché ogni acquisto effettuato online genera una sequenza autonoma di operazioni di picking, confezionamento, movimentazione, trasporto e, sempre più frequentemente, anche di gestione del reso. Ciò che in passato veniva assorbito da economie di scala e da reti distributive consolidate deve oggi essere gestito ordine per ordine.
Si tratta di una trasformazione che interessa l’intera supply chain. Secondo Eurostat, nel 2025 il 78% degli utenti Internet europei ha acquistato o ordinato beni e servizi online, mentre il 95% della popolazione tra i 16 e i 74 anni ha utilizzato Internet almeno una volta nell’anno precedente. La crescita della domanda digitale ha contribuito ad aumentare il numero di spedizioni unitarie, la varietà delle configurazioni d’ordine e la pressione sui sistemi di fulfillment.
In questo scenario il packaging continua certamente a svolgere la funzione di protezione del prodotto, ma assume anche un ruolo più ampio: diventa uno degli strumenti attraverso cui la supply chain cerca di mantenere stabilità operativa in presenza di una crescente complessità.
Dal pallet all’ordine singolo
La logistica tradizionale si fonda sulla ripetitività: pallet omogenei, carichi completi, punti vendita utilizzati come buffer distributivi e una relativa prevedibilità della domanda consentono di raggiungere elevati livelli di efficienza.
L’e-commerce manda a pallino tutto ciò, perché introduce invece una discontinuità strutturale. Ogni ordine viene allestito individualmente e può contenere prodotti differenti per forma, peso, volume e fragilità. Anche quando il valore unitario della merce è ridotto, la complessità della gestione rimane elevata perché l’ordine deve essere elaborato come una singola entità logistica.
Secondo la ricerca del Green Transition Hub della LIUC Università Cattaneo, questa frammentazione rappresenta una delle principali determinanti dell’overpackaging: la necessità di evadere rapidamente ordini molto diversi tra loro porta infatti gli operatori a privilegiare standardizzazione e velocità, accettando una minore aderenza tra prodotto e imballaggio.
La complessità cresce con gli assortimenti
Uno degli elementi distintivi dell’e-commerce contemporaneo è l’estrema ampiezza degli assortimenti. Marketplace, retailer online e operatori omnicanale possono gestire decine o centinaia di migliaia di SKU (Stock Keeping Unit, la variante specifica di un prodotto) differenti.
Dal punto di vista operativo, ogni SKU introduce variabili che devono essere gestite: dimensioni, peso, requisiti di protezione, modalità di trasporto, eventuali limitazioni di movimentazione o procedure specifiche di imballaggio.
In queste condizioni individuare per ogni combinazione di prodotti il contenitore ottimale diventa estremamente complesso – se non utopico. Molte aziende scelgono quindi di limitare il numero di formati disponibili per ridurre costi, complessità gestionale e tempi di confezionamento. Si tratta di una scelta razionale, ma che genera inevitabilmente spazi vuoti e un utilizzo meno efficiente del volume disponibile.
Secondo Ecommerce Europe, il fatturato B2C europeo ha raggiunto 887 miliardi di euro nel 2023, confermando la crescente centralità del commercio elettronico all’interno dell’economia continentale: tale crescita si traduce direttamente in un incremento della complessità logistica da gestire.
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Quando il magazzino influenza il packaging
Un aspetto spesso sottovalutato riguarda il ruolo delle infrastrutture logistiche. Nella maggior parte dei grandi centri di fulfillment, il packaging non viene progettato esclusivamente in funzione del prodotto, ma deve adattarsi ai vincoli imposti dai sistemi di movimentazione automatica.
Sorter, nastri trasportatori, sistemi di smistamento, shuttle automatici e impianti robotizzati operano infatti entro intervalli dimensionali ben definiti e la compatibilità con tali sistemi diventa spesso un requisito prioritario rispetto all’ottimizzazione volumetrica della spedizione.
La ricerca LIUC evidenzia come molte organizzazioni utilizzino il packaging come strumento di stabilizzazione operativa. In altre parole, la scatola viene progettata anche per facilitare la gestione dei flussi, ridurre le eccezioni e garantire continuità ai processi automatizzati.
Questa dinamica trova conferma anche nelle pratiche industriali: il Council of Supply Chain Management Professionals (CSCMP), indica che l’automazione rappresenta una delle principali leve di efficientamento logistico, ma richiede livelli elevati di standardizzazione dei processi e delle unità di movimentazione.
Il peso crescente della reverse logistics
La trasformazione dell’ordine in una supply chain autonoma non termina con la consegna. La crescente incidenza dei resi rende infatti necessario considerare anche il viaggio di ritorno della merce.
Il fenomeno è particolarmente evidente nei comparti fashion, beauty e consumer goods. Diverse analisi di settore pubblicate da operatori come DHL e McKinsey & Company indicano come la reverse logistics rappresenti ormai una componente strutturale dei modelli distributivi digitali.
Quando la probabilità di reso è elevata, anche il packaging viene progettato tenendo conto di questa eventualità. Ecco allora che l’imballaggio deve resistere a ulteriori movimentazioni, mantenere caratteristiche adeguate per una seconda spedizione e garantire nuovamente la protezione del prodotto.
La conseguenza è che una parte dell’overpackaging osservato nei flussi e-commerce non deriva da errori progettuali, bensì dall’esigenza di supportare un ciclo logistico potenzialmente più lungo e articolato rispetto a quello tradizionale.
I KPI della frammentazione
La trasformazione dell’ordine in un’unità logistica autonoma produce effetti misurabili su numerosi indicatori operativi.
Tra i più rilevanti figurano il costo di evasione per ordine, il costo di trasporto unitario, la saturazione volumetrica dei mezzi, il numero di linee d’ordine processate per operatore e il tasso di danneggiamento dei prodotti. La crescente frammentazione distributiva tende infatti ad aumentare la complessità operativa e a comprimere gli spazi di efficienza tradizionalmente garantiti dalle economie di scala.
In tale contesto il packaging assume una funzione che va oltre la protezione del contenuto. Diventa uno strumento di gestione della variabilità, contribuendo a mantenere prestazioni operative compatibili con le aspettative del mercato.
Osservare l’overpackaging significa quindi osservare le conseguenze di un cambiamento più profondo: il passaggio da una logistica basata su flussi relativamente standardizzati a una logistica nella quale ogni singolo ordine si comporta, di fatto, come una piccola supply chain autonoma.




