Con il ritorno di una domanda forte sui mercati, era abbastanza prevedibile che lo shipping recuperasse il gap accumulato nel 2020 durante la pandemia e che i suoi livelli di emissioni inquinanti tornassero a crescere.

Quel che lascia perplessi – la International Maritime Organization (IMO) la definisce una ‘sconveniente realtà’ – è constatare che le tonnellate di CO2 emesse dalle navi mercantili nel 2021 superano anche quelle rilasciate nel 2019, ossia prima della pandemia.

Non si tratta dunque di un dato drogato dal confronto con l’annus horribilis del Covid-19, bensì della fredda constatazione che, malgrado gli accordi di Parigi sul clima e le innumerevoli strategie di decarbonizzazione adottate da molte compagnie di navigazione, gli interessi del mercato vanno in tutt’altra direzione.

 

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Co2 e shipping, un anno di promesse

L’incremento delle emissioni di CO2 nel 2021 è stato del 4,9% annuo, che si traduce in 833 milioni di tonnellate rilasciate nell’atmosfera. Nel 2020 erano state 794 le tonnellate di CO2 emesse, relativamente poche grazie ai fermi dei traffici imposti dai lockdown, ma è con il 2019 che va fatto il confronto: allora le tonnellate ammontavano a 800 milioni, 33 milioni in meno che l’anno appena trascorso.

Questo accade alla fine di un anno che ha visto svolgersi la COP26 di Parigi sul clima e durante il quale la IMO ha fissato i target per la decarbonizzazione del settore marittimo.

Di fatto, si è raccolto il risultato opposto rispetto a quanto atteso, dimostrando che le critiche mosse riguardo ad un eccessivo lassismo nell’interpretare l’urgenza di ridurre l’inquinamento da parte dello shipping ha una probabile base di verità.

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COP26 e IMO: parole al vento?

Durante la conferenza sul clima di Parigi, meglio nota come COP26, sono state più di 20 le nazioni che hanno sottoscritto la Clydebank Declaration sul trasporto marittimo.

La Dichiarazione dovrebbe prevedere ‘azioni rapide’ in settori strategici per ridurne l’impatto ambientale, che, nel caso dello shipping, si concretizzerebbero nell’istituzione dei ‘green shipping corridors’, sei corridoi di navigazione a basso impatto ambientale da rendersi operativi entro il 2025.

Contemporaneamente dalla IMO erano giunte indicazioni al settore marittimo per la riduzione delle emissioni di carbonio (prendendo a riferimento quelle del 2008), con un taglio programmato del 30% da raggiungere entro il 2030, per arrivare ad un -50% entro il 2050.

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Slow steaming e domanda del mercato

Quello che risulta evidente è l’incompatibilità di un mercato dominato dal tempo come parametro di valutazione del servizio offerto con l’esigenza di tagliare l’impatto ambientale della navigazione.

È noto alle compagnie marittime che, oltre all’aggiornamento tecnologico delle flotte ed al ricambio generazionale delle stesse, la cosiddetta ‘slow steaming’, ossia la navigazione a velocità di crociera ridotta, porta ad una riduzione delle emissioni e ad un contenimento dei consumi; in aggiunta, riduce drasticamente il rischio di collisioni tra navi e balene, in virtù del maggior tempo di reazione concesso a queste ultime.

Tuttavia il mercato dello shipping è dominato da una domanda che guarda esclusivamente ai tempi di consegna, facendo sì che quello dei consumi sia un costo che le aziende internalizzano e assorbono garantendo ai clienti prestazioni ‘record’.

Senza un cambio di mentalità e di struttura dello shipping sarà davvero difficile invertire la rotta dell’inquinamento da esso provocato.