Molti anni fa, quando i paesi del sud est asiatico prima e della Cina poi, si proponevano come la fabbrica del mondo, la parola d’ordine per tante aziende era quella di delocalizzare le proprie produzioni, essenzialmente per ridurre i costi della mano d’opera e delle materie prime, innescando quella corsa alla competizione globale basata in gran parte proprio sul prezzo.

Con il tempo, in presenza di avvenimenti che sullo scenario mondiale non solo hanno fatto crescere anche in quei paesi i salari, e quindi reso meno conveniente l’utilizzo della forza lavoro locale, ma anche imposto in molteplici settori nuove modalità produttive e l’esigenza di controlli per garantire maggiore qualità, si va assistendo ad una sempre più netta inversione di tendenza.

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Reshoring, perché se ne sente parlare

Il reshoring, termine che descrive il proposito di riportare nei paesi d’origine quelle produzioni che appaiono più sensibili alla lontananza dalle catene di approvvigionamento, trova le sue motivazioni anche nell’incertezza geopolitica e nei rischi insiti nel non poter predisporre rapidamente soluzioni alternative in caso di avvenimenti e fattori imprevisti.

Ne è stato un preciso esempio, nonché un acceleratore di molte decisioni in merito, la pandemia, che non solo ha isolato i centri produttivi da quelli direzionali ma ha anche evidenziato la volatilità di alcuni costi come quelli dei trasporti penalizzati per lungo periodo dalla carenza di containers e dalle quotazioni dei noli, conseguentemente alle stelle.

Situazione che rischia di avere un pericoloso replay nella guerra tra Russia ed Ucraina e nelle tensioni tra Cina e Taiwan, non a caso due dei paesi maggiormente destinatari nel passato di produzioni offshore.

 

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Diversificare le fonti di approvvigionamento

Una delle esigenze che ha promosso con maggior evidenza la decisione di riportare nei paesi d’origine alcune produzione è insita nella necessità di avere un maggior controllo sui materiali e sulle catene di approvvigionamento.

In particolare, appare evidente la necessità di diversificare le fonti e non rimanere “prigionieri” di fornitori unici, soprattutto per quelle parti maggiormente critiche, evitando la dipendenza da singoli paesi e, di conseguenza, limitando il rischio di avvenimenti non previsti e sui quali non è possibile operare od intervenire.

Il rischio geopolitico appare, in questo momento, un esplicito riferimento da cui i produttori cercano di tutelarsi, influenzati anche dagli avvenimenti mondiali più recenti.

Riacquistare controllo sul processo produttivo vuol dire, inoltre, proteggersi anche dal pericolo di restare coinvolti, con le relative cadute di immagine, in situazioni di lavoro minorile o di scarsa o assente tutela dei lavoratori o di responsabilità per le condizioni d’impiego in cui gli addetti ad alcune lavorazioni devono operare.

 

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Un contributo alla sostenibilità

Tra le spinte verso il reshoring ce n’è anche una legata all’altro grande tema dei nostri giorni, ossia l’ambiente. Il reshoring porta, tra le sue motivazioni, il desiderio di accorciare la catena di approvvigionamento per cercare di produrre più vicino ai propri clienti. 

A tale proposito, indagini effettuate negli Stati Uniti, hanno evidenziato che esiste una preferenza tra i consumatori per prodotti fabbricati nel proprio paese e molti di essi sarebbero disposti a pagare un premium price per un prodotto nazionale. Una considerazione che, riteniamo, potrebbe essere condivisa dalla clientela di molti paesi anche europei.

Senza considerare che riportare a casa le singole produzioni ha un impatto considerevole anche sul piano della riduzione delle emissioni di CO2 e quindi sul processo di sostenibilità.

Tale riduzione è dovuta non solo al fatto che si annullano le emissioni associate alla spedizione delle merci su lunghe distanze, sostituite in misura nettamente minore da trasporti da località più vicine, ma vengono in buona parte a decadere anche quelle che hanno come fonte il processo produttivo.

Quest’ultimo, soprattutto se localizzato in paesi in via di sviluppo o di prima industrializzazione, risulta meno controllato e può, nella maggior parte dei casi, generare più inquinamento.

Altro fattore da tener presente è, poi, la difficoltà da parte delle aziende delocalizzate a far rispettare le richieste ambientali e di sostenibilità così come è possibile fare nel proprio paese d’origine.

Studi compiuti da società specializzate negli USA indicano nel 25% la riduzione dell’impatto ambientale mondiale, in funzione dello specifico prodotto, utilizzando catene di approvvigionamento domestiche rispetto a quelle offshore.

Una ragione in più per prendere in considerazione la possibilità di spostare le operazioni nel paese d’origine.