Ciò che tutta la Supply Chain globale patisce affligge anche le grandi compagnie di spedizioni: pochi container disponibili, molti terminal portuali congestionati e ritardi nello smistamento e consegna delle merci.

Per gli spedizionieri è un problema ormai cronico, che negli Stati Uniti, specie lato West Coast, ha assunto proporzioni inaudite tanto da spingere la Casa Bianca a formare una task force per studiare soluzioni alternative.

Tra quanti vi partecipano c’è anche FedEx, che nel frattempo si sta muovendo per conto suo.

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Ognuno con la propria flotta

L’esasperazione per i continui ritardi e le perdite dovute al mancato rispetto dei contratti stanno spingendo diverse società, sia di spedizioni che direttamente produttrici, ad occuparsi della movimentazione delle merci via mare in prima persona.

In era pre-pandemia, quando si aveva necessità di controllare il pieno carico di un vettore si ricorreva usualmente al nolo dell’intera stiva di un aereo, cosa adesso impensabile per la minor disponibilità di cargo e per il prezzo raggiunto in carlinga.

Oggi si punta a ‘requisire’ delle piccole navi cargo pur di avere il controllo della situazione.

FedEx ha infatti iniziato il 2022 noleggiando tre portacointainer di piccole dimensioni, con un duplice obiettivo.

 

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Bypassare il ‘tappo’

I porti di Los Angeles e Long Beach, ossia il sistema terminalistico di riferimento della West Coast è ko da mesi, con interminabili code di tir in attesa della merce e altrettanti in fila per scaricare la propria.

FedEx ha così deciso di puntare sul nolo di tre navi, svincolandole dalle solite rotte e mettendo la prua in direzione di porti minori che siano meno carichi di lavoro. D’altronde, una parte della congestione portuale è dovuta alla scelta delle compagnie armatrici di concentrare tutti i vettori sulle poche rotte sicure, in modo da non viaggiare mai a mezzo carico. 

Si trattava di una situazione giustificata dalla prima ondata di Covid-19, con la chiusura di quasi tutti gli scali ed il mantenimento in attività di pochi, fondamentali scali internazionali, ma poi resasi cronica non senza dolo.

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Cosa si nasconde dietro ai container

L’idea di FedEx non è solo aggirare l’evidente ‘collo di bottiglia’ che si è venuto a formare nella Bay Area losangelina: la società di spedizioni ha infatti in mente un piano più ampio.

Oltre al far arrivare negli States dalla Cina componenti elettronici e automotive divenuti nel frattempo merce rara per alcuni dei suoi clienti maggiori, potendo così assicurare delle tempistiche più certe (non è la Cina, ora come ora, a rallentare le esportazioni), FedEx punta a fare incetta di container.

Container particolari, da 53 piedi di lunghezza: non i 40 piedi usati normalmente, non i 20 piedi per le merci pesanti. Si tratta di un taglio inusuale, difficilmente impiegato per il trasporto marittimo perché concepito per quello ferroviario.

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Potenziare il trasporto intermodale

Il refrain tipico che si ascolta in Europa è valido anche Oltreoceano: FedEx, infatti, proprio dall’alto della sua posizione nella task force della Casa Bianca intende valutare e proporre altre soluzione per il trasporto merci non solo internazionale ma anche interno agli States.

I container importati (300 solo sul primo dei tre vettori) serviranno infatti a rimpinguare la scorta di contenitori da immettere nel trasporto intermodale su rotaia della società.

Contemporaneamente essa sta dando nuova linfa al porto di Hueneme, 60 miglia a nord di Los Angeles, sempre in California, sebbene la sua capacità di gestire volumi di container corrisponda all’1% di quella gestita annualmente dai porti della baia di San Pedro nel solo 2020.

Tuttavia, in questo modo si alleggeriscono i carichi sui porti principali, il che potrebbe rilanciare diversi scali secondari: l’anomali è che si tratti di iniziative completamente private, gestite direttamente dalle compagne di spedizione o dalle industrie produttrici bisognose di far viaggiare (o di ricevere) le proprie merci.