Cosa sta succedendo al mondo della distribuzione su scala planetaria? L’argomento è stato trattato ormai diffusamente e gli addetti ai lavori non possono ignorarlo. La pandemia ha accelerato l’esplodere delle contraddizioni intrinseche del sistema economico mondiale, esasperando il sistema sino a metterne a nudo le fragilità.

Ancora un blocco, ancora una quarantena di massa, scenario prescelto l’ennesimo porto cinese sconosciuto ai più, ma fondamentale per l’imbarco di tonnellate e tonnellate di materie prime, semilavorate o già sotto forma di prodotti finiti, ed eccoci con un nuovo effetto domino sulla supply chain globale.

Domino che si innesta sul periodo dell’onda lunga di tutti i precedenti occorsi nell’ultimo anno e mezzo e delle conseguenze che ha provocato – o di cui ha velocizzato la comparsa, vedasi il Commodity Supercycle.

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Conseguenze invisibili, all’inizio

Il problema di fondo è che, mentre la politica locale e l’Uomo della Strada assistono impotenti al susseguirsi di rincari, ritardi, disagi e contraccolpi sia di tipo economico che sociale (i licenziamenti nell’indotto dell’automotive non suonano casuali), tutt’al più accapigliandosi e sparando nel mucchio, mirando sempre ad obiettivi non corrispondenti al vero, il processo appare ineluttabile.

Invisibile agli occhi di chi vive lontano dal business della logistica o fisicamente lontano dal luogo specifico teatro del singolo problema, Yantian in questo caso, le conseguenze danno sostanza alla teoria del battito d’ali della farfalla responsabile del tifone al capo opposto del pianeta.

 

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Un domino planetario

La pandemia, anche se meno e più localizzatamene, fa procedere a singhiozzo l’estrazione di talune materie prime o la loro lavorazione, a volte ne impedisce l’imbarco o lo sbarco in porti già congestionati dalla strategia di molte compagnie di navigazione di concentrare tutti i trasporti su poche rotte, quelle già più trafficate e quindi meno soggette  a ‘vuoti d’aria’ o, meglio, di stiva.

I container vengono cannibalizzati da quella parte di mondo che ne ha bisogno, come dell’ossigeno, per imbarcare tutta la merce del mondo (letteralmente, dato che da Asia e Sud-Est asiatico proviene quasi tutto) e lo stesso dicasi per i posti in stiva sulle navi, arrivati a costare fino a sette volte il loro normale prezzo.

In più, arrivano la crisi dei semiconduttori, la cui produzione è sotto stress per via della richiesta decuplicata da parte dei mercati automotive e hi-tech (un chip ormai lo troviamo ovunque, ma la materia grezza per realizzarlo no), ed il Commodity Supercycle, fenomeno economico che innesta una crescita incontrollata dei prezzi delle materie prime in genere.

Si tratta di tanta, forse troppa, carne al fuoco tutta insieme, ma è facile immaginare a cosa porti qualora il mondo continui a procedere alimentato dalla corrente alternata dei blocchi pandemici; è altrettanto facile, a questo punto, intuire la validità del proverbio ‘errare è umano, perseverare è diabolico’: la Supply Chain non può insistere su un modello che ha dimostrato tanta fragilità.

 

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Yantian: cosa rappresenta

Yantian, nome del porto cinese colpito da una nuova ondata di Covid-19 e pertanto costretto ad un fermo delle operazioni ad inizio luglio, è la riprova che gli anelli deboli della catena sono molteplici e che occorre un sistema più frammentato, più diffuso, dotato di alternative e di stock localizzati a varie distanze dal punto della domanda, non dipendente esclusivamente dal just in time.

Yantian è una Caporetto nella Caporetto: si ferma un porto e a soffrirne sono le forniture verso Europa, America e Medio Oriente di derrate alimentari, soprattutto agricole, metalli e materie plastiche. Il copione è sempre lo stesso, dapprima con lo stallo delle spedizioni e poi con il rialzo dei prezzi.

photo credit: davidstewartgets People holding white paper with pandemic covid19 – Credit to https://homegets.com/ via photopin (license)

 

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Conseguenze nell’immediato: prodotti e industrie

Parlando dell’Europa, analisti del settore Risk & Compliance hanno identificato una top ten dei materiali che scarseggeranno, prima, per poi costare di più, dopo: si tratta di prodotti che vanno dai mobili ai giocattoli, dalle apparecchiature audiovisive ai componenti meccanici, dalle scarpe ai vestiti, dai prodotti ceramici all’acciaio, mancheranno anche oggetti come le alle posate perché scarseggeranno i materiali metallici di cui sono fatte.  

Sempre secondo queste stime, a soffrirne saranno i settori industriali del General Retail, del Food Retail, del commercio all’ingrosso, dell’abbigliamento, delle apparecchiature e dei componenti elettrici, dei servizi di ingegneria, dei macchinari e delle attrezzature industriali e commerciali, dei mobili, dei materiali da costruzione, dell’edilizia e dell’hardware.

 

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Interessa tutti noi

I Paesi che vedranno le ripercussioni di questo blocco specifico, ma che in generale soffrono dei contraccolpi di quanto esposto nei paragrafi precedenti, sono, in Europa: Regno Unito, Paesi Bassi, Germania, Spagna, Francia, Belgio, Polonia, Svezia, Danimarca e Italia.

Sono coinvolti i motori trainanti dell’economia UE, ma non sono da meno gli Stati Uniti o la Corea del Sud, nazioni fondamentali per la capacità produttiva di moltissimi settori industriali.

La Supply Chain ha bisogno di sottrarsi a questo domino globale: se in un immediato futuro potrebbe essere difficile trovare delle scarpe da corsa perché potremmo scoprire che la manifattura non riceve rifornimenti delle mescole per produrre le suole, un domani potrebbe essere più complesso accettare che a rarefarsi e a costare di più siano beni di prima necessità, magari alimentari.

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