Cosa si lasci dietro la pandemia, pur non ancora finita, è storia. Il vero nodo da comprendere è a che cosa gli ultimi due anni ci metteranno davanti: la domanda ha mutato forma e flussi, la distribuzione deve inseguire nuovi e multiformi modelli, le aziende ripensare i rapporti con i fornitoti e le tempistiche.

Matematica, probabilità e statistica avranno un ruolo sempre più determinante, osservare l’andamento del mercato ad occhio nudo sarà sempre più difficile.

Vediamo dunque cosa la scena internazionale del Supply Chain Management ipotizza come possibili risposte ai nuovi problemi.

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Non esistono problemi, solo soluzioni

Parafrasando il titolo di un libro, di fatto, si ha il motto ideale di questa nuova stagione della Supply Chain. Gli analisti di settore chiamano questo ambiente, fatto di incertezze e continue mutazioni, VUCA, acronimo inglese che sta per ‘Volatility, Uncertainty, Complexity and Ambiguity’, ossia ‘Volatilità, Incertezza, Complessità e Ambiguità’.

Non serve essere pessimisti, piuttosto occorre essere realisti e prendere atto del cambiamento, che per le aziende e per la logistica si ripercuote sulla domanda, sul personale e sulla sua gestione e selezione ed infine sull’approvvigionamento di materie prime.

 

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Cambia la domanda, flessibilità vs fluttuazione

La prima e più evidente conseguenza dei lockdown è stata la fluttuazione della domanda e la trasformazione, dapprima forzata, della routine da parte dei consumatori. Questa stessa situazione ne ha generata una ormai definibile permanente, nella quale luoghi e tipologie d’acquisto sono cambiate.

A catena, anche la richiesta di materie prime è diventata più instabile, singhiozzante, caratterizzata da repentine alternanze di picchi e stagnazioni.

Per stare dietro ad una quotidianità di questo tipo devono saltare gli schemi tradizionali: un modello rigido è destinato a soccombere – è ‘fragile’ per definizione – mentre uno flessibile può parare i colpi, apprendere e modificarsi in tempo.

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Changeover in 24 ore

Per tutti è chiaro che sono due i fronti sui quali agire, vale a dire quello della produzione e quello del rapporto con i fornitori.

Nella produzione bisogna diventare pronti a cambiare tutto – ritmi, tempi ciclo, volumi – non più in settimane, bensì in un giorno: gli impianti (e il mondo automotive ne è un esempio) devono convertirsi seduta stante, grazie a software e gestionali iper-flessibili.

Questo non interessa solo i produttori, ma anche i fornitori: fondamentale è dotarsi di un sistema di MOM (‘Manufacturing Operations Management’) e di un software che armonizzino la catena di operazioni a partire dalla linea di montaggio. I cambiamenti devono essere rilevati nell’immediato per comprendere necessità pratiche a livello locale, come il bisogno di corsi di formazione, come si direbbe, al volo.

 

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Fornitori e personale: integrazione e smartness 

Il capitolo fornitori per la Supply Chain è stato da subito uno dei più caldi. In risposta alla continua fluttuazione della richiesta, una soluzione che sembra ben rispondere è la maggior integrazione tra produttori, clienti e fornitori.

Per integrazione si intende la condivisione di modelli operativi, ma anche e soprattutto di modelli realizzativi in modo da costituire una piattaforma digitale collaborativa tra progettisti e catena di produzione: più le singole unità sono autonome e capaci di rimodulare da sé i flussi, più la risposta al cambiamento è rapida, con un conseguente abbassamento dei costi.

Contemporaneamente, la pandemia ha ridisegnato l’assetto interno al personale di molte aziende, con l’effetto di aver messo molti in posizioni per le quali non hanno adeguata formazione o che, semplicemente, prima non esistevano.

Anche in questo caso, un buon management si rivolge strumenti di analisi avanzata per mettere a punto delle vere e proprie strategie di squadra atte a comporre il mix di know how e di peculiarità personali vincente.

 

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Materie prime ‘deviate’: predire il caos

Sembra quasi di parlare di fantascienza, eppure è così: la Supply Chain globale è di fronte ad uno scenario che si potrebbe definire di ‘caos latente’. Latente, ma pronto a manifestarsi: in realtà, si tratta di confusione vera e propria solo per quanti non analizzino i dati a disposizione.

A venire messo in forte discussione, oggi, è lo stesso ciclo di vita del prodotto, per via dello sclerotizzarsi di domanda e offerta.

È dunque molto più importante che in passato ricorrere a strumenti di analisi predittiva, con l’aggiunta non solo dell’ormai ‘classica’ Intelligenza Artificiale che apprenda continuamente dall’esperienza fornita dai dati, ma anche di una ‘progettazione del caos’.

Si tratta, in parole povere, di integrare nella normalità dei flussi problemi e crisi simulate, in modo da allargare la bolla di comfort del sistema ed allenarlo a rispondere e riorganizzarsi in tempi record.

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