Gli allarmi erano risuonati ben prima della pandemia: la disponibilità di materie prime strategiche e, ancor più, il loro governo sul piano geopolitico, nonché la dipendenza da esse per soddisfare bisogni ormai diventati essenziali, prima o poi, sarebbe diventata un problema per tutti.

L’emergenza sanitaria, i lockdown e la chiusura dei porti unite alle tensioni politiche nel continente asiatico sfociate nella guerra tra Russia ed Ucraina e, per ultima, la crisi energetica, ne hanno esaltato le criticità mostrando tutta la loro capacità di provocare gravi interruzioni delle catene di approvvigionamento ed agire da detonatore di un nuovo e pericoloso conflitto, a livello globale, tra domanda ed offerta.

Per comprendere appieno cosa regoli i rapporti di forza in campo e le ricadute sull’intera catena logistica, occorre innanzitutto guardare la distribuzione territoriale di quelle materie prime vitali per lo sviluppo tecnologico, i controlli che gli stati esercitano sulla loro disponibilità e le dipendenze che, in un mondo globalizzato, sono sempre più trasversali.

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Asia ed Europa a confronto

Una recente analisi di Milena Gabanelli e Massimo Sideri nel loro periodico Data Room presenta un quadro abbastanza preciso della situazione ed offre lo spunto per alcune considerazioni in merito.

Il monopolio delle terre rare, vale a dire quella categoria di metalli cruciali per la progettazione e produzione di prodotti come computer, smartphone, batterie e celle a combustibile, semiconduttori, ma anche di componenti essenziali per l’industria aerospaziale e farmaceutica, è ad appannaggio della Cina. 

La super potenza asiatica, infatti, controlla ben il 90% delle miniere da cui si estraggono terre rare pesanti e leggere, oltre che metalli come gallio, germanio, magnesio, bismuto, solo per citare i più importanti.

 

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Per mantenere forte e salda la dipendenza degli altri paesi, la Cina tende a non esportare le terre rare in questione. In tal modo si garantisce i contratti per l’assemblaggio di specifici prodotti consolidando il legame con i produttori e mantenendo il suo ruolo centrale nell’equilibrio geopolitico.

E’ una forte arma di pressione e di condizionamento che non può essere trascurata, tanto più che l’Europa, dove vigono leggi sul lavoro e norme sulla sicurezza più restrittive, non è in grado di competere neanche con le pur modeste risorse minerarie che possiede.

Con la sola eccezione di pochi materiali quali silicio, afnio e stronzio, i paesi europei evidenziano una forte dipendenza non solo dalla Cina ma anche da paesi come Turchia, Sudafrica, Bolivia, Congo, Australia, Russia e Thailandia.

Ciò però evidenzia non solo la dipendenza dell’Europa dai paesi produttori di materie prime, tra cui brilla la Cina, ma anche il rovescio della medaglia costituito dal beneficio economico rappresentato dalle forniture ai paesi europei stessi.

In altri termini le catene del valore stabiliscono dipendenze reciproche tra gli stati che sono il frutto degli effetti della globalizzazione e non possono essere trascurati.

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Le tensioni su prezzi e tempi

Un classico esempio di come la mancanza di materie prime possa giocare sulla filiera logistica, è rappresentato dai produttori di accessori per la nautica che, in occasione del recente Salone di Genova, hanno denunciato ritardi nella consegna delle necessarie materie prime accompagnati da aumenti di costo di oltre il 10%, nettamente superiori a quanto prevedibile.

Secondo l’opinione degli operatori di settore, il perdurare dei ritardi rischia di compromettere le consegne finali del prodotto così come gli aumenti di costo potrebbero riversarsi sul mercato creando una turbativa sul piano della competitività.

Inoltre, la mancanza di materie prime potrebbe limitare l’evasione di un portafoglio ordini che al momento appare promettente come non mai.

Il superamento di tale situazione, da molti ritenuta contingente e determinata da fattori geopolitici, richiede pertanto non solo una attenta programmazione degli ordini ma anche la realizzazione della massima sinergia tra i vari soggetti della filiera.

Da notare infine come l’aumento dei costi di fornitura sia accompagnato quasi sempre da una riduzione nella produzione della materia prima in questione e sia funzione anche della dimensione della domanda stessa. 

Considerazione, questa, che rende non opportuna, ove possibile, la presenza di un fornitore unico a cui legarsi, che, inevitabilmente, può dettare le condizioni di mercato. L’esempio dell’acquisto di gas da parte di molti paesi europei dalla Russia in qualità di fornitore largamente maggioritario dovrebbe essere di per sé eloquente.