È come correre una cronoscalata con il freno a mano tirato: la ripresa, per le aziende manifatturiere italiane, indubbiamente c’è, ma non è libera di esprimersi al massimo. Il perché è racchiuso in due problemi che, al momento, l’uomo della strada ha avuto relativamente modo di constatare, vale a dire la penuria di commodity, per chiamare le materie prime all’inglese, ed il rincaro del prezzo dell’energia.

Di fatto, si sta attraversando una fase contraddittoria, nella quale le aziende vedono sparigliarsi le carte degli equilibri appena ritrovati sul costo delle materie prime a causa dell’energia.

Ma quali sono le variabili invisibili di questi fenomeni?

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Una crescita a rilento

Nel terzo trimestre del 2021, affermano i dati del Centro Studi di Confindustria, la produzione industriale si è attestata intorno al +1,0%, confermando così una tendenza alla ripresa dopo il 2020, ma anche un rallentamento rispetto alla prima parte di anno ed alle previsioni auspicate per la chiusura del 2021.

La ragione è la nuova instabilità data ai mercati – sia delle materie che affaristici – dall’aumento sconsiderato del costo dell’energia, che va ad influire e quasi a vanificare gli sforzi fatti nei mesi precedenti per riassestare la produzione industriale intorno alle ‘nuove’ disponibilità di materie prime.

Il protrarsi di questa situazione non può non avere effetti a lungo termine sulla produzione e, in ultima analisi, sui consumatori, tema che Anima Confindustria ritiene di primo piano nell’agenda economica e politica del Paese.

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Un allineamento sfortunato

A mettersi in fila ed a concorrere tutte insieme a generare la situazione attuale sono state una serie di variabili nel tempo.

Tra 2019 e 2020 sono emerse infatti una serie di criticità che viaggiavano probabilmente sottotraccia e alle quali la congestione pandemica della Supply Chain ha contribuito a fare da detonatore.

Materie prime, semiconduttori, logistica congestionata ed energia sono il quartetto terribile da analizzare.

 

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Commodity cercansi

Prima fra tutte è la scarsità di materie prime, la cui estrazione e semilavorazione ha subito battute d’arresto per diversi motivi che vanno dall’effettivo raggiungimento di un plateau di capacità e disponibilità, alla riduzione della capacità stessa dovuta ai riassetti post-Covid. Non è infatti un mistero che in molte regioni del mondo – vedi l’Asia – dalle quali le materie prime provengono, esistano a tutt’oggi fermi delle attività a causa della pandemia, ma anche che le stesse industrie si siano riorganizzate al ribasso per assorbire i danni economici dovuti agli stop del 2020.

Caccia ai semiconduttori 

Vi è poi la penuria di semiconduttori e microchip: anche in questo caso il problema è generato dalla combinazione esplosiva di un forte squilibrio tra domanda ed offerta, che ha visto nel 2020 una crescita della richiesta di device mobili ed altri oggetti tecnologici come diretta conseguenza dei lockdown e dei cambiamenti delle abitudini di un pianeta intero, combinato con i limiti estrattivi della materia prima di cui i semiconduttori sono fatti – il silicio su tutti – e lo stesso dimensionamento dell’industria che li lavora.

Non dimentichiamo che negli ultimi tre anni il mercato dei semiconduttori è aumentato con ritmo esponenziale, in quanto ne fanno parte tutti i prodotti che contengono microchip o semimetalli con proprietà conduttive (si va dagli smartphone ai monopattini elettrici, dalle automobili ai LED).

 

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Una logistica ad imbuto

Altra questione assai complessa è il riassetto della logistica intercontinentale dopo i singhiozzi del 2020. Innanzitutto è da tenere presente che la logistica – intesa come porti, trasporto aereo e marittimo – non è tornata come prima: molti operatori hanno ridotto il numero di tratte, concentrando tutti vettori su quelle principali che garantivano la certezza di viaggiare a stiva a piena.

Naturalmente, unito alla drastica riduzione dei collegamenti aerei, ha provocato una congestione sia dei terminal che delle navi, dei treni e dei camion, con il conseguente rialzo del prezzo dei noli. Questa situazione si è parzialmente sgonfiata con le riaperture del 2021, ma non è del tutto tornata allo stato pre-pandemico, mantenendo alti i prezzi dei noli ed il forte stress sulle catene di distribuzione.

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Domanda impazzita e costo dell’energia

L’energia è fondamentale per produrre e, paradossalmente, proprio le industrie più energivore come quelle che impiegano e lavorano metalli e semiconduttori sono quelle che risentono del colpo di frusta dovuto al brusco calo di domanda causato dal lockdown e seguito dal repentino recupero planetario.

Allo stress delle catene di fornitura, soprattutto di quelle lunghissime e polarizzate dedicate appunto alla produzione dei circuiti elettronici miniaturizzati, ha aggiunto un carico non indifferente l’aumento del prezzo dell’energia.

A fare un balzo avanti difficile da comprendere è stato il gas naturale, che ha visto le sue quotazioni registrare record storici a ripetizione con ripercussioni immediate sui costi di produzione dell’energia elettrica. 

Un aumento che non si spiega con il solo costo della materia prima, che il Governo, peraltro, si sforza di mitigare in bolletta.

Esistono infatti delle cause occulte, come il rincaro del “permesso di inquinare” richiesto dalle politiche antinquinamento da CO2 intraprese dall’Unione Europea, che è purtroppo preda della speculazione finanziaria.

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