Nei primi 12 mesi di pandemia una lezione sembrava ormai assodata: la Supply Chain globale non può affidarsi esclusivamente a quel mega-fornitore unico rappresentato dalla Cina. 

Assieme al requiem per il just-in-time, sembrava che la diversificazione dei fornitori sarebbe diventata un dogma. Certo, i limiti di questo sistema sono evidenti, ma, osservando come la Supply Chain sta ridisegnando i propri equilibri mentre cerca di assicurarsi una ripresa, si nota che la realtà sta assumendo una connotazione ‘meno rivoluzionaria’.

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E diversificazione sia

Nell’ottica di rafforzare la propria resilienza futura, sono molti comparti produttivi che hanno interesse a spostare le proprie forniture al di fuori della Cina.

Le motivazioni non sono dipendenti soltanto dalla pandemia: per il mondo industriale e commerciale legato agli USA, ad esempio, la guerra commerciale a colpi di dazi ha giocato il suo ruolo a favore di un cambiamento, mentre per tutti si fa sentire l’aumento del costo del lavoro in Cina.

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Reshoring o Nearshoring?

Quello che, al momento, non si capisce quanto prevarrà è il cosiddetto ‘reshoring’, vale a dire il riportare la produzione vicino casa. Negli USA ci sono aziende che stanno percorrendo questa strada in virtù di una spinta protezionistica che era poi figlia delle politiche dell’ex presidente Donald Trump.

La strada che sembra per più gettonata – molti Paesi non detengono più significativi asset industriali per coprire i propri fabbisogni e l’acciaio è un prodotto che si presta bene per capirlo – è quella del ‘nearshoring’, ossia la ricollocazione della produzione presso fornitori in luoghi meno distanti, sebbene sempre al di fuori dei propri confini nazionali.

Si tratta di una soluzione che può, peraltro, convivere con il mantenimento di una catena logistica principale dalla Cina.

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Rompere la dipendenza: cambiare non è facile

Quella che si è creata nel tempo tra la Cina e determinati Paesi in merito alla fornitura di materie grezze e di prodotti finiti o semilavorati è assimilabile ad una dipendenza.

La ragione è semplice, sebbene non sia comprensibile sino in fondo senza dare una dimensione realistica agli esempi: in Cina non soltanto il lavoro costa meno, ma ci sono due importanti fattori che altre nazioni concorrenti non possono ancora vantare.

Il primo è la formazione tecnica della mano d’opera, che non è più da decenni quella che lo stereotipo vuole dipingere come grezza massa di copiatori; al contrario, i Cinesi hanno know-how ed esperienza sui processi, per di più applicati su una scala ‘mega’.

L’altro riguarda le infrastrutture: Pechino ha investito nelle proprie infrastrutture di collegamento, ma soprattutto di produzione, come nessun altro Paese ha fatto. Intere regioni sono state trasformate e costruite ad uso e consumo delle esigenze di determinati comparti produttivi, guadagnando così un vantaggio competitivo notevole.

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I main competitor: il Vietnam 

Il Paese in cima alla wishlist di chi cerca alternative a buon mercato alla Cina è il Vietnam.

L’Occidente ha, nell’ultimo anno, raddoppiato le ispezioni al fine di cercare partner produttivi: nel 2021 ci si attende che Hanoi inizi a giocare un ruolo ben diverso nel panorama della Supply Chain.

Tuttavia, il Vietnam potrebbe essere una buona alternativa per settori come abbigliamento e calzature, ma non ha le infrastrutture consolidate, le fabbriche e la manodopera qualificata che ha la Cina. Il suo livello di maturità è senza dubbio inferiore: la direzione sarà meno addestrata, meno rodata, meno consapevole degli standard internazionali e talvolta meno consapevole dei requisiti legali locali.

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L’India frenata dalla pandemia

A pagare invece lo scotto delle virulente ondate di Covid-19 che rinfocolano è l’India.

Bombay era infatti in netta ascesa nelle richieste di forniture e per caratteristiche geografiche e disponibilità di mano d’opera può ricordare la Cina di vent’anni fa, salvo una diversa velocità nelle capacità software.

Il vero problema, al momento, è proprio la pandemia, che sembra andata fuori controllo: quanto la nazione indiana saprà reagire e dominare il problema determinerà l’arresto di quello che si può definire un ‘rimbalzo’ nei confronti della Supply Chain globale.

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