Cosa sarà del mondo che conoscevamo alla fine di questa esperienza? Probabilmente nulla, e la ragione è che il mondo cui ci riferiamo in effetti non esiste già da tempo.

Il Coronavirus potrebbe dunque essere un evento che accelera la presa di coscienza di alcuni fenomeni in atto da anni: su tutti, la trasformazione dei rapporti e degli equilibri politici e commerciali tra la Cina di Xi Jingping e gli Stati Uniti di Donald Trump.

Cosa c’entra la logistica? La Supply Chain è direttamente coinvolta dall’evoluzione di questo scenario e può trarre dalla situazione attuale una lezione per il futuro.

Il mondo che era: la dipendenza da una realtà fornitrice

Negli Stati Uniti la questione è abbastanza attuale sulla stampa specializzata, in quanto si tratta del Paese che vive l’antitesi con la Cina con maggior protagonismo.

Le frizioni cui noi europei assistiamo tra l’amministrazione della Casa Bianca e Pechino, con scambi di accuse sulle responsabilità in merito alla gestione dell’emergenza sanitaria, affondano le radici in un retroterra configuratosi negli anni passati.

Tanto per inquadrare i fatti, occorre ricordare due punti che sono sotto il naso di tutti, ma che è facile trascurare: il primo è che la Cina si è imposta nei decenni come il ‘fornitore globale’ di qualsiasi materia prima o semi lavorata in moltissimi ambiti, facendo divenire la produzione di molti prodotti in casa semplicemente non conveniente; il secondo è che dal 2016 la Cina è stata indicata esplicitamente dagli USA come rivale strategico in campo commerciale.

Se già con Obama era iniziata l’imposizione di dazi antidumping su alcune merci importate dalla Cina, con Trump questa si è trasformata in una vera ‘guerra commerciale’, come è stata definita; le imprese sono però in gran parte rimaste ancorate alle forniture cinesi, perché comunque più convenienti.

Ora, questo mercato drogato, in un certo senso, dall’abitudine a cercare sempre il volume più alto possibile di merci al costo più basso possibile, potrebbe dover ripensare molto delle sue abitudini. E non per ragioni ideologiche, bensì pratiche. 

Un cambio di priorità nelle catene di fornitura  

Parlando di supply chain globale, se fino ad oggi è stata la convenienza a farla da padrona, una nuova incognita va aggiunta all’equazione per determinare quale sia il miglior mix di qualità di un fornitore: la stabilità.

Stabilità intesa come economica, ma anche politica e sociale.

L’esempio è sotto il naso di tutti, involontariamente offerto dalla tragedia mondiale portata dalla pandemia di Coronavirus: un sistema che dipende fortemente da un grande centro di fornitura, a vari gradi presente nelle catene logistiche di tanti settori diversi, corre il rischio di essere fragile.

Se crolla una carta, crolla tutto il castello, e si rimane senza ‘piano B’.

Dunque, diversi analisti negli USA leggono quanto successo a causa del Covid-19 come una plausibile simulazione di quanto potrebbe altresì accadere anche in altre circostanze.

I lock down cinese, prima, e statunitense, adesso, stanno evidenziando come una supply chain sostanzialmente basata su pochi, grandi, fornitori sia troppo esposta alle fluttuazioni dell’area geopolitica cui appartengono.

In parole povere, l’esperienza dell’interruzione di forniture con la conseguente asfissia del sistema industriale non sarebbe tanto diversa se a provocarla fosse un raggelarsi dei rapporti diplomatici o una guerra ibrida, uno di quei conflitti non consumati attraverso le armi, bensì a colpi di dazi, embarghi, propaganda virtuale e cyber-attacchi.

Stabilità vs ribasso economico

Cosa fare dunque? Non esiste una ricetta e non è nemmeno detto che il futuro vada necessariamente nella direzione ipotizzata. 

Potrebbe però essere molto realistico pensare all’esperienza del Covid-19 non come un intoppo, ma come ultimo atto di un vecchio modo di intendere il mondo, un mondo nel quale a prevalere era l’offerta al ribasso.

Potrebbe essere altrettanto realistico pensare che, da domani, a contare sia la stabilità complessiva di una catena di fornitura: molteplici canali, dunque, per le stesse merci, in grado di sopperire alle mancanze eventuali di uno.

In questo modo, quello suggerito sarebbe un modello di investimenti su un’intera area (per esempio, i Paesi del sud est asiatico nel complesso) più che su una sola nazione, contribuendo anche ad uno sviluppo più armonico di una regione del mondo.

Ciò che appare chiaro è che il Coronavirus, indirettamente, ha avuto dei meriti: ha evidenziato le fragilità di un sistema e, soprattutto, i suoi limiti.  

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