La disgregazione della Supply Chain come opportunità di crescita, soprattutto se intesa come stimolo verso l’innovazione. Per la logistica mondiale questa sarebbe la via da percorrere per adattarsi alla ‘nuova normalità’ che, ça va sans dire, fa giorno per giorno i conti con l’instabilità.

Di ricette per la sopravvivenza se ne possono compilare a migliaia, la soluzione magica non esiste: tuttavia la capacità di adattamento è la forma di intelligenza che più paga in tutti i campi della vita e l’idea che si sta facendo largo è che per la Supply Chain adattamento voglia dire innovazione costante.

Una ricerca condotta da uno degli istituti più accreditati del Nord America, l’APQC o American Productivity & Quality Center, autorevole fonte riguardo al benchmarking, alle best practices e al management di processi e performance industriali applicati al settore logistico, dimostra che la logistica a stelle e strisce ha molta strada da percorrere verso l’innovazione. 

Se gli Stati Uniti sembrano un modello lontano, il fatto che non brillino per innovatività dei processi non ci rassicura ed uno sguardo alla realtà italiana potrebbe non discostarsi di molto.

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L’instabilità come opportunità di crescita

Non c’è bisogno di premettere che lo status quo pre-pandemico non tornerà o che, per lo meno, non è da riporvi grandi speranze. Oltretutto, il Covid-19 non ha fatto altro che dare sostanza su scala planetaria a quanto gli esperti di settori andavano dicendo già da tempo: analisi sul settore logistico che oggi suonano come paradossali predicevano proprio l’arrivo di eventi disgreganti per la catena di fornitura globale non più tardi del 2019 e dello stesso primo semestre del 2020.

Un po’ come nel caso del famigerato libro di Bill Gates nel quale si vaticinava proprio una pandemia, diversi campanelli d’allarme erano già suonati nel mondo del management: fenomeni di instabilità politica o militare di portata regionale, catastrofi naturali sempre più frequenti e la cronica dipendenza da pochi canali di approvvigionamento mostravano già i punti deboli di una catena tirata al massimo per garantire profitto, senza però avere le spalle coperte.

Il lato positivo della ‘spallata’ che la pandemia ha assestato al sistema in vigore è che ha costretto tutti a partire da una sorta di tabula rasa, sperimentando nuove idee per aggirare i problemi ed imparando facendo nuove pratiche per rispondere a nuove esigenze. Insomma, si è dovuto innovare.

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Supply Chain: l’innovazione come obiettivo

Il problema è che la logistica di tutto il mondo e a tutti i livelli – chi più, chi meno – si è scoperta fortemente impreparata nei confronti dell’innovazione, abituata da troppi anni a basarsi su processi rodati e affinati, sì, ma forse anche anacronistici.

L’innovazione e la sperimentazione sono state spesso accantonate in favore di un estremo sfruttamento della strada più sicura, quella già nota: far dunque sì che la ‘catastrofe’, che il black-out divenisse carburante emotivo per l’innovazione non è stato semplice.

In un’analisi di APQC datata 2021, le aziende logistiche assegnano in media obiettivi orientati all’innovazione solo al 5% dei propri dipendenti: di fatto, la stragrande maggioranza degli sforzi è dedicata ad altro.

Emerge dunque un’emergenza strategica, che si materializza nell’assenza di risposte rapide e di flessibilità di fronte a problemi improvvisi.

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L’esperienza insegna: innovare lavorando

Permettere ai propri dipendenti di innovare lavorando, nel quotidiano, è una delle prime e più facili considerazioni che vanno fatte: le stesse aziende si sono accorte, durante i lockdown e lo smart working, che proprio i dipendenti sono fonte di idee e che possono, se messi in condizione di farlo, trovare strategie che semplificano e snelliscono il lavoro, rendendolo al contempo più flessibile.

Dopodiché, il management non deve rimanere sordo agli stimoli. Secondo APQC c’è un’altra grave mancanza, in media, nel mondo logistico: la disabitudine a prevedere scenari di crisi, unita alla scarsa consapevolezza di quali settori siano realmente strategici a lungo termine per l’azienda.

Per chiarire questi punti occorre un diverso approccio al work flow, che sia basato sull’innovazione e sull’apertura al cambiamento.

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Design for Supply Chain

Il termine ‘innovazione’ è più facile da collegare al prodotto: ci si immagina concretamente l’impiego di nuovi materiali, di un design più funzionale o altri simili risvolti pratici e concettuali.

Per la Supply Chain non è poi molto diverso. Attraverso quelli che APQC chiama Open Standards Benchmarking, l’organizzazione statunitense raccoglie dati proprio sui due aspetti chiave dell’innovazione come obiettivo e del ‘design for Supply Chain’.

Entrambi prevedono un cambio di mentalità: il primo implica che i target aziendali vanno ripensati mettendo il cambiamento e l’apertura a nuove soluzioni al centro, come metodologia operativa e non come ripiego in extremis, mentre il secondo vuole che siano i processi ad essere ridisegnati.

Design for Supply Chain’, letteralmente ‘progettare per la supply chain’, vuole dire cogliere tutti gli input possibili che arrivano dai professionisti della catena logistica nei suoi vari step e livelli con lo scopo di ottimizzare il processo.

In parole povere: ridurre i costi dei materiali, conoscere le reali capacità della catena di approvvigionamento, pensare i processi perché siano limati in ogni aspetto.

 

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Progettazione, produzione e catena logistica: un unico flow

Integrazione e collaborazione: dietro queste due parole si cela la filosofia che la logistica, secondo APQC ma anche stando a quanto pandemie e crisi varie insegnano, dovrebbe sposare su scala mondiale.

A partire dallo sviluppo del prodotto l’integrazione con la catena di forniture e poi di distribuzione che dovrà occuparsene farebbe la differenza: vorrebbe dire pensare da subito agli aspetti logistici e, vice versa, progettare una logistica ad hoc in anticipo.

La progettazione, se coinvolta nella logistica stessa, può essere modulata per prevenire ritardi e colli di bottiglia nell’evasione degli ordini, evitando il classico rincorrere all’ultimo l’imprevisto.

Inoltre, se l’innovazione può venire dall’interno, rimane valido l’assunto che è nel melting pot che si trova il terreno più fervido per le idee: in questo caso è fondamentale la collaborazione con altre realtà, limitrofe e complementari, dal confronto con le quali nascano nuovi approcci ai problemi e che, non da ultimo, non rendano la logistica solo una serie di passaggi in serie che si riveleranno sempre esposti all’inceppamento di un singolo ingranaggio.

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