Qualcuno ha già invocato il termine de-globalizzazione per indicare il particolare periodo storico che ci si appresta a vivere.

Un periodo caratterizzato da un oggettivo appannamento dei modelli di crescita economica e di consumo che hanno dominato negli ultimi venti anni e che oggi devono fare i conti con le spinte di sovranismo e populismo, espresse a diverse latitudini.

Ne sono esempi recenti la Brexit in Europa e la presidenza Trump negli Stati Uniti che hanno riportato in auge barriere commerciali e dazi, ma soprattutto hanno riaffermato il concetto che per alcuni paesi esiste l’opzione di trasformarsi in economie chiuse e autosufficienti, da difendere contro invasioni commerciali esterne.

La pandemia di Covid-19 ha poi ulteriormente posto in risalto le criticità della globalizzazione evidenziando i limiti delle catene di approvvigionamento e riproponendo alle multinazionali la necessità di ripensare la propria organizzazione valutando anche un riavvicinamento degli impianti produttivi ai mercati di effettivo consumo.

Un segnale in tal senso si trova nell’aumento dei casi di reshoring, soprattutto dalla Cina e dai paesi del sud est asiatico verso l’Europa e gli Stati Uniti, con l’obiettivo di poter meglio controllare la produzione e ridurre la dipendenza dall’estero.

La Cina, però, sta a guardare?

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La svolta cinese

Che qualcosa stia velocemente cambiando, con dimensioni e ricadute ancora tutte da valutare, lo testimoniano i segnali inviati già da qualche tempo agli Stati Uniti e a molti partner europei dalla Cina.

Se, inizialmente, essi potevano essere interpretati come una conseguenza, dopo tutto logica, dei duri colpi inferti dalle misure della politica cinese “Zero Covid” all’economia locale con pesanti ripercussioni sulla catena logistica, sui trasporti e sulle attività dei porti, primo fra tutti quello di Shanghai, le parole del leader Xi Jinping al 20° Congresso nazionale del partito Comunista Cinese, svoltosi a metà ottobre, hanno fugato molti dubbi.

Il tempo della globalizzazione in cui la Cina aveva conquistato la centralità della catena del valore mondiale, accreditandosi come “fabbrica del mondo” grazie a massicci investimenti di stato, al lavoro a basso costo e ad una massima apertura alle esportazioni, deve considerarsi concluso.

Il nuovo obiettivo, che si configura come una sfida tra le più ambiziose, appare quello di controbattere la potenza tecnologica consolidata degli Stati Uniti, mirando ad un riassetto mondiale che rispecchi meglio l’importanza del paese del Dragone nel mondo.

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La ricerca dell’autosufficienza

Il primo passo in questa nuova direzione è quello di raggiungere l’autosufficienza in tutti i settori di carenza, dall’alimentare all’energetico, dal tecnologico all’economico, in modo da ridurre considerevolmente la dipendenza dall’estero.

La strategia abbozzata da Xi Jinping dovrebbe comportare una chiusura del paese su sé stesso per porsi al riparo da eventuali shock esterni.

Le prime indicazioni in tal senso sono le numerose partnership e joint venture in corso di definizione tra aziende pubbliche e private locali, spesso sotto l’etichetta di “accordo di cooperazione strategica”, che vengono privilegiate rispetto a quelle con aziende straniere.

In tal modo aumenta, di fatto, il controllo dello stato sull’economia e, in molti casi, si può parlare di vere nazionalizzazioni mascherate.

Tuttavia, si deve considerare che, malgrado i costanti e massicci investimenti operati dallo stato, il gap tecnologico della Cina è difficilmente colmabile solo con le risorse interne, agendo, in pratica, in regime di autarchia. 

Fattore che vale non solo per il settore tecnologico ma per quasi tutti quelli che possono definirsi strategici, dall’alimentare all’energetico.

Risulta pertanto molto ambizioso anche il successivo passo previsto dalla nuova strategia consistente nella transazione verso produzioni non più di massa ma di alta qualità, caratterizzate da alta produttività che dovrebbero essere sostenute da una forte domanda interna.

Questa, però, storicamente non è presente nel paese e, per essere creata, necessita di condizioni favorevoli anche sul piano sociale ed economico. 

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Le nuove geografie della produzione

Il gigante asiatico, pertanto, non può, al momento, permettersi di interrompere gli scambi con i suoi mercati di sbocco, inclusi gli Stati Uniti che assorbono oltre il 17% del suo export, mentre una quota di poco inferiore si indirizza ogni anno, complessivamente, verso Giappone, Sud Corea, Germania e Olanda.

D’altra parte, molti paesi continuano ad avere bisogno della Cina, sia come entità produttiva che come mercato, e restano i primi garanti della sua posizione di forza nelle catene di approvvigionamenti, favorendo così cambiamenti più graduali di cui, però, i segnali sono già evidenti anche nella ricerca di nuovi siti produttivi.

Tra questi, possono diventare alternative credibili molti paesi dell’area del Sud est asiatico, l’India e alcuni stati del Sud America, né è da trascurare la possibile crescita del fenomeno del reshoring di cui si è già accennato.

L’interesse della Cina a mantenere rapporti di collaborazione e scambi commerciali con i propri partner storici, anche europei, traspare, poi, dalla necessità di contrapporsi ai blocchi tecnologico-industriali che gli Stati Uniti, da parte loro, cercano di imporre ai propri alleati.

Un cambiamento più rapido e radicale, di questo i cinesi sembrano esserne convinti, comporterebbe una trasformazione sociale, istituzionale e politica enorme che richiederebbe alla politica, ed al partito in particolare, un passo indietro nel controllo delle risorse produttive e, più in generale, delle leve del potere.

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