«Il dado è tratto», come la storiografia classica sostiene abbia affermato Giulio Cesare varcando il Rubicone con le sue coorti in direzione di Roma: presa la decisione, bisogna affrontarne le conseguenze.

Quelle delle sanzioni imposte alla Russia, come risposta della UE e dei Paesi NATO all’invasione russa dell’Ucraina, si fanno sentire ed impongono delle contromisure in vari settori.

Uno su tutti è quello energetico, cui anche gli Stati Uniti guardano nell’ottica non solo interna, ma anche rivolgendosi ai partner europei.

Leggi anche:
Logistica, dalla crisi geopolitica un nuovo input al cambiamento

 

Rincara l’energia, si strozza la logistica

Proprio quando si iniziava a parlare di post-pandemia lo scoppio del conflitto in Europa ha rigettato le lancette dell’orologio logistico indietro di due anni.

Per giunta, con l’aggravante di calcare la mano su tutte le crisi che, in maniera inaudita, convivono in questo periodo di estrema incertezza: dall’energia alle materie prime, passando per i semiconduttori.

L’urgenza più grave è portata dal rincaro dell’energia, in quanto senza gas non si alimentano molti processi industriali e non si raffinano nemmeno carburanti, come non si produce una quota consistente di energia elettrica.

Leggi anche:
Anche i pallet nel mirino della guerra in Ucraina

 

Forniture alternative: gli USA

Tenendo conto che il prezzo del gas sembrava già impazzito prima dello scoppio della guerra, adesso la materia energetica si propone sui mercati a costi inauditi.

I Paesi Europei sono fortemente dipendenti dalle forniture russe, che UE e USA vorrebbero poter elidere per colpire ancora più duramente le entrate di Mosca e tagliare i finanziamenti ai progetti del Presidente Putin.

Gli Stati Uniti hanno un chiaro interesse strategico nel supportare gli europei, tenendo anche conto che la frattura geopolitica con l’area eurasiatica avvicina i mercati UE a quello americano. Gli Stati Uniti sono meno colpiti di noi dal problema, in quanto dispongono di un’attività estrattiva – sia di gas che petrolifera – che noi non abbiamo in egual misura.

Proprio il loro gas potrebbe rimpolpare le forniture all’Europa, dunque: il piano della Casa Bianca è di raggiungere i 15 miliardi di metri cubi di gas esportati verso il Vecchio Continente, l’equivalente di un terzo delle attuali importazioni di gas da Mosca.

Già nell’ultimo trimestre le esportazioni di gas dagli USA verso l’Europa sono quasi raddoppiate, mentre le singole nazioni UE stanno correndo a siglare accordi anche con altri partner, specie nel mondo arabo.

Leggi anche:
Shipping, la guerra in Ucraina pesa sui costi

 

Moody’s: contraccolpi sulla Supply Chain

L’agenzia di rating Moody’s non ha una visione rosea dell’immediato futuro: le decisioni di Mosca hanno infatti due grandi conseguenze, vale a dire l’impatto sui costi dell’energia e sulle catene di approvvigionamento.

L’aggravarsi delle carenze di materie prime – dal settore alimentare a quello hi-tech, dai prodotti chimici ai metalli – porteranno inevitabilmente a nuove interruzioni nella Supply Chain globale.

Tutto ciò si riverserà su ulteriori pressioni, dopo due anni di pandemia, sui costi lato offerta, che patiranno un loop negativo alimentato dai ritardi nelle produzioni e nella minor capacità dei trasporti, limitati dall’interdizione di rotte causa blocchi di natura geopolitica e dai costi dei carburanti.

Non è un caso che Moody’s abbia ridotto le stime di crescita sia dell’eurozona che degli Stati Uniti.

Leggi anche:
La logistica mondiale osserva il conflitto Russia-Ucraina

 

Altro fronte, l’inflazione

Gli analisti suppongono che la catena di approvvigionamento globale potrebbe riassorbire i contraccolpi dell’attuale crisi verso fine anno. Correggendosi lo squilibrio tra domanda ed offerta dovrebbe anche rallentare l’inflazione, che, sempre in tempi non sospetti, aveva iniziato a galoppare sospinta dal temuto ‘Bullwhip Effect’.

A tal proposito sia la BCE che la FED stanno valutando misure per frenare l’inflazione, che  ha raggiunto un picco storico negli USA da 38 anni a questa parte.

Tutte le banche centrali stanno agendo sui tassi dei fondi statali o federali, ma la vera incognita è data dal legame tra i blocchi dell’offerta, una domanda record e l’inflazione stessa, tre variabili che non appena modificate provocano reazioni a catena falsate dall’instabilità del periodo.