In una comunicazione pubblica il CEO Kevin Johnson ha rivelato l’ambizione di Starbucks: avere una supply chain “positiva” e ad impatto zero. Per “positiva” si intende l’essere in grado di risparmiare più risorse di quante l’azienda ne consumi, intervenendo sulle emissioni inquinanti e sull’utilizzo di acqua fresca, risorsa fondamentale per produrre il caffè.

Non solo: Starbucks punta entro il 2030 a sostituire tutte le sue tazze in altrettante compostabili o riciclabili, oltre che ad adottare solo metodi di coltivazione del caffè biologici e sostenibili.

Un impegno deciso che coinvolge la supply chain del marchio a 360 gradi, ma per il momento esaminato con distacco da associazioni ambientaliste come GreenPeace.

Starbucks, 10 anni per ridurre l’impatto del 50%

Starbucks si è data una decade per affrontare tre principali punti, vale a dire la riduzione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera da parte della sua supply chain, diminuire il consumo di acqua per la produzione di caffè e la produzione di rifiuti solidi sia negli impianti di produzione che nei punti vendita.

In tutti e tre i casi il target è un taglio del 50% delle attuali quantità, con una serie di ricadute positive a latere.

Attenzione ai bacini idrici e lancio di un’economia circolare

Per quanto riguarda l’utilizzo di acqua, Starbucks vorrebbe dimezzarne il prelievo, ottimizzando i suoi processi di produzione del caffè. Si tratterebbe di un buon obiettivo, da prendersi soprattutto in considerazione della delicatezza dell’ecosistema di alcune zone, i cui bacini idrici sono a forte rischio.

Saltando da quella che è un’operazione a monte della catena, a quella che è l’ultima, ossia lo smaltimento dei rifiuti di produzione e dei packaging per il consumo nei punti vendita, il CEO Johnson ha detto che già entro il 2022 ogni tazza venduta dovrà essere riutilizzabile o compostabile.

Proprio sul riciclo e sul riuso si dovrebbe infatti puntare per innescare un’economia circolare che rigeneri più volte il ciclo di vita del prodotto, prima di smaltirlo definitivamente.

Coltivazioni bio e sostenibili

Altro punto risiede nei metodi di coltivazione e trasporto del caffè: Starbucks vorrebbe infatti sposare metodi di agricoltura sostenibile se non addirittura definibile biologica.

Nel 2030 l’azienda vorrebbe sia aver aumentato la propria capacità produttiva che aver diminuito l’impatto ambientale della stessa: un’ambizione non da poco, che va di pari passo con la riduzione del consumo di acqua.

Un codice etico dal 2010

Per Starbucks non è la prima volta che si parla di sostenibilità ambientale. Già a partire dal 2010 aveva infatti proclamato di volersi concentrare su una produzione etica di caffè, con tanto di certificazione LEED.

Un’attenzione affiancata dalla presa di coscienza dell’enorme quantità di tazze usa-e-getta che i suoi punti vendita mettono in circolazione, ma al momento non sufficiente: secondo il CDP (Carbon Disclosure Project), Starbucks può vantare un riconoscimento del suo impegno gradato come “C”, ossia buono in quanto a consapevolezza, ma non attivo tramite pratiche di management del problema.

L’autocritica ambientale di Starbucks

Lo stesso CEO Johnson ha ammesso di fronte ai dati dello Starbucks’ 2018 Global Social Impact Report – che parlano di una penetrazione di appena il 5,8% dei materiali riciclabili nei packaging dell’azienda – che le politiche ambientali del passato erano ambiziose ma inefficaci.

Il motivo andrebbe, sempre secondo Johnson stesso, identificato nella mancanza di un approccio scientifico al problema, esattamente il tipo di cambiamento radicale che il CEO propone oggi.

Una delle più famose associazioni ambientaliste del pianeta, GreenPeace, ha commentato l’iniziativa di Starbucks accogliendola come positiva, ma ancora troppo vaga per poter capire se davvero porterà ai risultati sperati.

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