Su quanti settori impatta un singolo ‘collo di bottiglia’? In un mondo dall’economia globalizzata al livello cui lo è la nostra, è come cercare di scoprire quante matrioske si nascondono dentro l’altra.
Un recente report di J.P. Morgan sulla sicurezza alimentare del pianeta porta a galla un fattore cruciale: il blocco dello Stretto di Hormuz e l’interruzione delle esportazioni di fertilizzanti e componenti chimici provenienti dal Golfo Persico stanno generando una pressione senza precedenti sulle filiere agricole mondiali.
Poiché oltre un terzo dell’urea globale dipende da questa regione, ogni shock logistico o energetico si trasforma in un effetto a catena che coinvolge in un sol colpo fertilizzanti, rendimenti agricoli, allevamenti e prezzi alimentari.
Il Golfo Persico, nodo critico anche della chimica agricola
Secondo J.P. Morgan, la produzione di fertilizzanti azotati nel Golfo si basa sulla disponibilità di un flusso ininterrotto di gas naturale, materia prima indispensabile per la sintesi dell’urea.
La paralisi della navigazione attraverso Hormuz e i danni alle infrastrutture energetiche causati dai bombardamenti iraniani hanno rallentato la produzione di gas e interrotto le esportazioni, generando un deficit immediato. Per altro, questo genere di impianti, per la loro delicata e complessa natura, richiedono anni per essere ripristinati e la normalizzazione non potrà dunque essere rapida (il Qatar ha stimato un recupero della piena capacità produttiva in una lasso di tempo non inferiore ai 3-5 anni).
Si è quindi di fronte ad un problema non sanabile, dato dalla dipendenza sequenziale tra gas, impianti e fertilizzanti, fonte di una vulnerabilità strutturale che nessun mercato può compensare nel breve periodo.
La supply chain dei fertilizzanti sotto stress
Qui si scopre la seconda matrioska, perché la rigidità necessaria ai cicli colturali amplifica l’impatto del problema – se i fertilizzanti azotati devono essere applicati all’inizio della stagione di semina, la loro assenza è tutt’altro che indifferente. Un ritardo anche di poche settimane in agricoltura è letale: compromette interi raccolti e comporta la perdita di una stagione di semina.
Le regioni del mondo che si trovano più esposte a tali rischi sono, ovviamente, quelle che importano grandi volumi di fertilizzanti e derivati chimici dal Golfo: tra di esse vi sono nomi illustri, come il Brasile per il mais, l’India e il Sud-Est asiatico per il riso, l’Europa e la Cina per il grano.
In questi contesti, l’aumento dei prezzi porta spesso a ridurre le dosi applicate, con un calo diretto del rendimento. Inoltre, l’effetto combinato tra scarsità e rincari sta già modificando le scelte colturali, spingendo alcuni agricoltori verso varietà meno esigenti, ma meno redditizie.
L’effetto a cascata sulle filiere agricole e zootecniche
I fertilizzanti hanno un ampio spettro di utilizzo e la loro carenza non colpisce solo le colture, anzi, si ripercuote sull’intera filiera alimentare. Meno mais significa meno mangimi, quindi costi più alti per allevamenti bovini, avicoli e di suini.
Le industrie lattiero-casearie e della carne assorbono l’aumento dei costi solo in parte, trasferendo il resto ai consumatori, mentre, nei paesi importatori netti di cereali, la pressione sui prezzi alimentari diventa un acceleratore di instabilità economiche e sociali.
Le vulnerabilità regionali della food supply chain globale
L’analisi di J.P. Morgan mostra, inoltre, come la dipendenza dallo Stretto di Hormuz vari regione per regione.
All’Asia meridionale tocca la massima esposizione, con gli enormi bacini antropici di India e Bangladesh che rischiano cali produttivi e restrizioni commerciali interne, a fronte di situazioni di tensione sociale non indifferenti.
L’America Latina è interessata perché il Brasile, suo esportatore agricolo di punta, si rivela un gigante dai piedi d’argilla per la forte dipendenza delle sue filiere dai fertilizzanti importati, mentre chi è in una posizione davvero critica è l’Africa subsahariana, in quanto, già fragile, subisce l’aumento dei prezzi senza disporre di sostanziali alternative nella capacità produttiva.
Nell’elenco ci siamo anche noi: l’Europa può compensare parzialmente con la produzione interna alle carenze nelle forniture di fertilizzanti dal Medio Oriente, ma resta pur sempre esposta alle fluttuazioni dei costi energetici.
Il più resiliente si rivela essere il Nord America, sebbene anch’esso debba tenere conto degli shock sui mercati globali.
Un rischio sistemico: energia, clima e cibo
Come se non bastasse, c’è l’emergenza climatica, messa in disparte dalle mattane della geopolitica, ma tutt’altro che scomparsa.
J.P. Morgan sottolinea che la crisi dei fertilizzanti si intreccia con un possibile nuovo El Niño, che colpisce soprattutto le regioni tropicali, le stesse che sono più dipendenti dal Golfo per le forniture.
Se ritardi logistici e shock climatici dovessero coincidere con le finestre di semina, l’effetto combinato potrebbe ridurre l’offerta globale di cereali e aumentare l’inflazione alimentare.
La sicurezza di questo fondamentale settore, come di quello energetico, richiede diversificazione delle fonti, riduzione dei chokepoint e minore dipendenza dai fertilizzanti fossili, una lezione che, come da proverbio, impareremo a nostre spese.



