Se non tutti i mali vengono per nuocere, si può allora notare che la pandemia ha, interrompendo le catene di produzione, offerto l’occasione per ricomporle in modo più sostenibile.

Il 2020, si sa, ha registrato uyn Carlo delle attività produttive con un conseguente calo delle emissioni inquinanti: la CO2 è scesa del 5-10% rispetto al 2019; già qualcosa, ma non abbastanza e, soprattutto, nulla di strutturalmente consolidato.

La necessità globale è di limitare ad 1 grado e mezzo l’ascesa delle temperature e per questo urge un cambiamento strutturale e permanente. 

Secondo il report “Net-Zero Challenge: The Supply Chain Opportunity” realizzato da Boston Consulting Group per il World Economic Forum, gli strumenti per azzerare le emissioni delle catene di produzione sono già in gran parte disponibili per le imprese che, con un’adeguata strategia, possono superare gli ostacoli (aumento dei costi, inerzia dei governi, concorrenza sleale di rivali inquinanti, mancanza di dati affidabili) e trasformarli in vantaggio competitivo. Obiettivi di carbonizzazione ambiziosi per la supply chain, però, comportano necessariamente un aumento dei prezzi sui consumatori che BCG stima fra l’1 e il 4%, relativamente contenuto, tale da non pregiudicare la competitività dell’impresa. 

L’opportunità che ci viene offerta di ‘ricreare’ il mondo post pandemia è assolutamente da non perdere“, commenta Laura Alice Villani, Managing Director e Partner di BCG e responsabile per la practice Energy in Italia. Le grandi aziende possono diventarne protagoniste, spingendo i propri fornitori a imboccare con convinzione la via della decarbonizzazione e sostenendoli in questa transizione. 

 

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Decarbonizzazione e aumento dei prezzi 

Energie rinnovabili, economia circolare, cattura dell’anidride carbonica, efficienza energetica e dei processi. Sono tutte soluzioni, più o meno mature, in grado di portare se combinate a zero l’impatto delle catene di produzione più inquinanti. Già, ma oltre che per l’ambiente sono sostenibili anche economicamente? In larga parte sì. Il 40% delle emissioni potrebbe essere abbattuto con misure che consentono risparmi o che comportano un dispendio inferiore ai 10 euro per tonnellata di Co2 eliminata. L’onere salirebbe fra i 10 e i 100 euro a tonnellata per un’ulteriore riduzione del 40% a causa del costo delle tecnologie che però potrebbe rapidamente scendere in caso di adozione su ampia scala. In quasi tutte le industrie, comunque, la decarbonizzazione totale resta ancora finanziariamente proibitiva, a meno di condividerne il peso con i clienti. Non sarebbe eccessivo. Materie prime e componenti rappresentano una quota modesta del prezzo finale di un bene – circa il 10% di un’auto, fra il 10 e il 20% di un paio di scarpe da tennis. Anche fissando obiettivi di emissione ambiziosi per la propria catena di produzione, dunque, l’impatto sui prezzi sarebbe relativamente basso, fra l’1 e il 4%, e non tale da danneggiare la competitività dell’impresa sul mercato. Anzi: sempre più consumatori sono disposti a pagare di più pur di avere un prodotto sostenibile dalla culla alla tomba. 

 

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Otto industrie producono il 50% delle emissioni globali 

Gli impianti delle grandi aziende e l’energia per alimentarli hanno un peso significativo sulla quantità di CO2 immessa nell’ambiente (cosiddette Scope 1 e 2 di emissione). Il resto è frutto delle attività dei loro fornitori (Scope 3). Per ottenere risultati significativi, perciò, le grandi società dovrebbero puntare a ridurre l’impatto dei propri prodotti lungo l’intera catena di produzione e per l’intero ciclo di vita. Considerata la dispersione geografica dei fornitori delle multinazionali, ciò potrebbe avere un impatto climatico favorevole su Paesi meno attenti alla sostenibilità, evitando la delocalizzazione delle emissioni. Inoltre, l’impegno dei produttori di beni finali potrebbe anche aiutare la decarbonizzazione dei produttori di componenti e materie prime che hanno margini troppo bassi per sostenere un processo tanto oneroso. I primi possono, come dicevamo, scaricare una parte dei costi sopportati dai secondi sui consumatori senza che i loro profitti ne risentano significativamente. 

D’altra parte, se si guarda all’intera catena di produzione, sette delle otto industrie responsabili per il 50% delle emissioni globali hanno una relazione diretta con il cliente finale: alimentare, costruzioni, moda, beni di largo consumo, elettronica, auto e servizi professionali, settori a cui si aggiunge il trasporto merci. 

 

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Nove consigli per rimuovere gli ostacoli alla sostenibilità 

Laura Villani

Poche aziende vogliono o sono in grado di rivelare il proprio impatto ambientale di Scope 3 e, anche qualora lo facciano, devono ricorrere a stime più o meno approssimative. I confini dello Scope 3 non sono peraltro univoci: finiscono alla consegna del prodotto o arrivano sino al suo smaltimento/riciclo? 

Le barriere alla decarbonizzazione delle catene produttive – spiega Villani – non sono soltanto di natura economica, ma anche informativa. Considerato che, al momento, le multinazionali fanno fatica a conoscere l’identità di tutte le migliaia di fornitori e subfornitori sparsi per il globo, diventa ancora più difficile per queste avere piena contezza delle emissioni di ognuno“. 

Per rimuovere questi ostacoli serve una strategia in nove azioni-chiave: 

  1. Stabilire una linea di contenimento delle emissioni e assicurare trasparenza
    sui dati condivisi con i fornitori;
  2. Disegnare obiettivi complessivi di riduzione;
  3. Rivisitare i prodotti secondo criteri di sostenibilità
  4. Disegnare la catena di valore riconsiderando le fonti di approvvigionamento
    anche dal punto di vista geografico;
  5. Integrare le metriche delle emissioni negli standard di approvvigionamento e
    monitorare le prestazioni;
  6. Lavorare con i fornitori per lavorare alla diminuzione delle loro emissioni;
  7. Impegnarsi in iniziative di settore per essere aggiornati sulle best practice e
    le certificazioni;
  1. Aumentare i “gruppi di acquisto” per ampliare gli impegni dal lato della domanda;
  2. Inserire una governance a basse emissioni, coordinare gli incentivi interni e responsabilizzare l’organizzazione.

 

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La transizione energetica nella filiera industriale 

L’impegno di BCG per la sostenibilità si sostanzia anche nello sviluppo di diversi progetti. Uno di questi è la creazione di Open-es, la piattaforma digitale di Eni disegnata in collaborazione con Google Cloud e BCG, aperta e dedicata alla sostenibilità nella filiera industriale dell’energia. Questa consentirà a tutti gli attori dell’intero settore energetico, e lungo tutta la catena del valore, di raccogliere e condividere esperienze di sostenibilità, piani di crescita e informazioni, garantendo il rispetto delle normative. 

Ciascuno dei partner porterà il proprio know-how distintivo per sostenere lo sviluppo di una cultura collaborativa e non competitiva sui valori della sostenibilità ed una consapevolezza diffusa lungo l’intera filiera industriale. Eni contribuirà con le proprie competenze industriali, la qualità della propria supply chain e il commitment strategico verso una transizione energetica equa e sostenibile; BCG porterà la propria vista strategica sugli obiettivi ESG, sullo sviluppo del modello di valutazione e crescita e la value proposition della piattaforma. Google Cloud contribuirà con le proprie tecnologie e competenze di eccellenza in ambito cloud, big data e artificial intelligence. 

La piattaforma Open-es consentirà a tutti i fornitori protagonisti del percorso di transizione energetica di valorizzare le proprie esperienze e best practice di sostenibilità rendendole disponibili a tutte le aziende partecipanti e accedendo così a nuove opportunità di business e di creazione di valore. 

  

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