Chi si sarebbe mai aspettato che, al termine di un biennio disastroso per tutto il pianeta, proprio la tanto vituperata Italia, storicamente additata come Paese ‘da operetta’, potesse essere invece eletta ‘Paese dell’Anno’ o mostrata da uno dei colossi della politica internazionale come nazione da invidiare.

I riferimenti sono agli elogi arrivati dalle pagine dell’Economist e, prima, dalle parole di Angela Merkel poco prima di terminare il proprio ‘eterno’ mandato da cancelliera della locomotiva d’Europa, la Germania.

Si tratta di un momento più unico che raro, nel quale l’Italia si affaccia al principio di un nuovo anno sotto auspici ottimi, da un verso, e il timore di perdere la spinta acquisita se si dovessero compiere scelte sbagliate, dall’altro.

Cosa c’entra la logistica? La logistica osserva questa partita, fatta di fondi da gestire del PNRR, elezioni al Quirinale e inaspettati riconoscimenti internazionali, con doverosa attenzione.

Non perdere l’abbrivo permetterebbe all’economia di crescere con una rapidità inaudita per i nostri standard degli ultimi vent’anni: un’occasione decisamente unica.

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La rappresentanza politica

Il giudizio dell’Economist, autorità giornalistica mondiale in fatto di economia che in passato ci ha spesso dedicato critiche feroci, è motivato con il riconosciuto sforzo dell’Italia di aver affrontato uno dei suoi più atavici mali, ossia l’inconsistenza politica.

Inutile dire che la figura di Mario Draghi ed i suoi trascorsi in Europa abbiano giocato un ruolo cardine, ma va dato atto che, in un momento tra i più difficili della storia moderna, l’Italia ha effettivamente percorso con determinazione una via ben più retta e lineare di molte sue blasonate compagne in Europa.

Se il PNRR venisse portato avanti con la stessa determinazione, sarebbe probabile confermare quella ripresa decisamente più rapida delle vicine Francia e Gran Bretagna che ha iniziato a concretizzarsi nel 2021. Un toccasana per tutti settori dell’economia italica, a patto che non si compiano passi falsi.

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Varianti, inflazione e Quirinale

Il quadro al contorno non è infatti privo di insidie, anzi, sulla carta sono forse fin troppe. Checché se ne dica, Roma ha ottenuto dei risultati nel contenimento della pandemia che – ipse dixit – hanno spinto persino Frau Merkel ad affermare che avrebbe preferito trovarsi nei nostri panni, per una volta. Questo, assieme ad una guida decisa in campo economico ed alla costituzione di un governo che, in qualche modo, vede acerrimi nemici collaborare, ha generato il presente clima di fiducia nella nazione sullo scacchiere internazionale.

Un momento congiunturalmente ottimo per riprendersi da un punto di vista economico. Ma ci sono almeno tre grandi incognite.

La prima è imprevedibile, si chiama variante Omicron (e chissà come potrà chiamarsi in futuro): dovesse sparigliare le carte sul fronte vaccinale potrebbe rappresentare un problema materiale in primis e di ordine sociale, poi.

La seconda è l’inflazione, che in tutta l’Eurozona è a livelli record. In particolare, è l’indice Core, quello che raggruppa le materia più volatili, tra le quali l’energia, a preoccupare: per contenere gli attuali tassi le banche centrali potrebbero dover intervenire, sperando che, al contempo, la gestione della pandemia non dia problemi.

photo credit: European Parliament ECB President Mario Draghi at the EP via photopin (license)
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Il legame tra inflazione e varianti è, per altro, meno aleatorio di quel che si pensi e vaccinare la parte povera di mondo è una priorità per dare stabilità alla pandemia e, di riflesso, all’economia mondiale.

Terza incognita: il futuro di Draghi. Tanta apertura nei confronti dell’Italia è dovuta a dei risultati, certo, ma essi sono legati a doppio filo alla leadership del Presidente del Consiglio. Molti si chiedono se l’economia italiana – leggi: la gestione del PNRR e della pandemia – proseguirebbero con altrettanta sicurezza se si aprisse una crisi di governo e a Palazzo Chigi salisse una persona diversa.

Questa è forse la partita che interessa più da vicino l’industria italiana per cercare di intuire in che acque navigherà nel prossimo futuro.

A tal proposito vale la pena fare una riflessione: è vero che Draghi è il deus ex machina di quanto visto finora, ma il PNRR ha data di scadenza fissata nel 2026. È dunque impensabile che alla presidenza del consiglio vi possa essere sempre la stessa persona, mentre la carica di Presidente della Repubblica prevede un settennato.

All’estero, forse, preferirebbero l’attuale Premier comandante in capo per tutta la durata necessaria ad impostare le operazioni, ma anche la sua presenza in quella che è vista come una carica di rappresentanza potrebbe dare l’imprinting ai governi che dovranno gestirle.

Una cosa è sicura: dall’incrocio di queste tre variabili ne uscirà il profilo dell’Italia dei prossimi decenni.