Il last mile, ‘ultimo miglio’ per dirla all’italiana, è la consegna che tutti noi quotidianamente vediamo con i nostri occhi: fattorini, corrieri espresso, riders. A volte operano con le insegne della propria società, più spesso sotto il marchio di grandi distributori.

Un esempio è Amazon, che fa circolare flotte di corrieri che, a seconda delle regioni, sono normalmente brandizzati ma in appalto a terzi.

Poiché il last mile è la parte terminale della consegna, quella che va direttamente in mano al cliente, esso è sottoposto ad un enorme stress impostogli dai tempi sempre più ridotti, secondo alcuni addirittura irrealistici.

Qui si generano i problemi: incidenti stradali e smarrimenti di merce tra i più gravi. La scelta del corriere, per uno spedizioniere, ha dunque un duplice risvolto, uno di tipo legale ed uno di immagine.

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Chi è responsabile per chi

Nell’ultimo anno Amazon, negli Stati Uniti, ha affrontato 119 cause legate ad incidenti occorsi ai veicoli dei suoi corrieri: questo ha evidenziato come i ritmi forsennati cui sono costretti ponga i corrieri stessi in condizione di correre dei rischi, ma anche di chi sia la responsabilità.

Amazon al momento è sempre riuscita a dimostrarsi estranea, in quanto si serve di veicoli e personale di terze parti per le consegne: almeno negli USA, la legge afferma che lo spedizioniere non fa che scegliere la piattaforma di consegna, non avendo dunque responsabilità diretta (a meno di illeciti noti all’appaltante) sulla condotta dei corrieri.

Sebbene vi sia una polemica in atto, dovuta al fatto che la società di Bezos monitora in tempo reale l’operato dei corrieri e, per questo, alcuni ritengono sia da considerare responsabile per il loro operato, il vero danno è per il momento solo di immagine.

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La scelta di un partner azzeccato

Più che ‘azzeccato’, bisognerebbe dire ‘proporzionato’: molti problemi derivano infatti dalla scarsa adeguatezza del corrieri ai volumi dello spedizioniere.

Quando quest’ultimo appalta a terzi, acquista di fatto egli stesso un servizio. Molti, ingolositi dai guadagni, millantano capacità che non hanno e, qui, si genera un circolo vizioso: i volumi di lavoro imposti ai corrieri possono essere forieri di incidenti e potrebbero essere motivo di responsabilità legale, a meno che lo spedizioniere non creda in buona fede che il corrieri abbia i mezzi e gli strumenti per assolverli.

 

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Il rischio dello ‘scarica barile’

Un rischio concreto, soprattutto per l’utente che cerca di farsi risarcire un danno, è che si inneschi uno ‘scarica barile’ tra le parti, ossia che non si evidenzi chiaramente chi ha la responsabilità su cosa.

Per esempio, una società di spedizioni può stipulare un contratto con una piattaforma di consegne espresse che, a sua volta, eroga il servizio tramite corrieri di terze parti. Dunque la vigilanza sulla qualità e sull’adeguatezza del servizio a chi spetta? Il reclamo a chi va indirizzato?

In teoria, dal lato logistico, si dovrebbe cercare di essere sempre certi di affidarsi a società che abbiano ‘le carte in regola’, ossia licenze, registri degli infortuni trasparenti e protocolli sui metodi di lavoro ben chiari.

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Proporzionare i volumi

In definitiva, la cosa migliore per evitare danni materiali e di immagine, che sono uno dei problemi collaterali che più interessano chi opera nel last mile, è dettagliare bene sin dalla stipula dei contratti l’impegno ad assolvere determinati volumi, con la possibilità eventuale di avere dei tetti limite.

Piuttosto che costringere i corrieri a corse folli e ad erogare un servizio lacunoso ed approssimativo sarebbe meglio selezionare partner proporzionati alla domanda cui li si deve sottoporre.