Dark Stores, il lato oscuro del magazzinaggio: in un certo senso è così che gli amministratori di svariate municipalità europee iniziano a vedere questi centri di stoccaggio e distribuzione che sono, sì, di piccole dimensioni – tanto da essere associati a negozi, ‘stores’ – ma che portano con sé volumi di traffico ed occupazione del suolo pubblico non trascurabili.

È significativo che la Francia, un attore di primo livello in Europa, stia meditando di porvi un freno, regolamentandoli alla pari dei magazzini industriali in un chiaro intento di impedirne la proliferazione incontrollata.

La logistica di prossimità pone in generale una serie di quesiti, primo fra tutti la convivenza pacifica tra le esigenze di distribuzione – volte a soddisfare la domanda che gli stessi cittadini alimentano – e l’organizzazione dell’ambiente urbano.

 

Leggi anche:
Ultimo miglio, la frontiera è l’Everywhere Store
Food & Grocery, micro fulfillment soluzione oppure no?

 

Dark Stores, una necessità

I Dark Stores, di fatto, sono nati sull’onda di una necessità precisa: soddisfare in tempo la domanda di un mercato che ha cambiato abitudini in meno di un anno, introducendo un’altissima volatilità della stessa e la richiesta di tempi minimi e possibilità di ritiro/consegna della merce pressoché ovunque, nonché h24.

Un bel rebus, la cui soluzione non è rintracciabile nei classici magazzini di smistamento collocati in periferia. Tuttavia, è evidente che i Dark Stores siano un surrogato del magazzino che prima non esisteva: dunque è naturale che ‘sfruttino’ un vuoto normativo.

 

Leggi anche:
Magazzino del futuro, tra WMS e dark stores
Il Last Mile sarà sempre più liquido

 

L’impatto urbano di un Dark Store

Questo vuoto normativo esiste in quanto l’attività del Dark Store non è ricompresa esattamente in nessuna delle definizioni classiche di negozio o magazzino. Questo fa sì che anche l’urbanistica delle città sia impreparata ad accoglierli e che le subisca come una sorta di ‘pianta infestante’.

Il parallelo suonerà offensivo, ma inizia ad essere così per quelle municipalità che si trovano ad ospitarne in numero consistente: attorno ai Dark Stores, che si reggono sullo stoccaggio di poca merce per volta, ma con rifornimenti continui, prolifera infatti un notevole volume di traffico sia commerciale (furgoni, camion, spedizionieri), sia privato.

Inutile dire che ciò arreca un disturbo alla quiete – molte operazioni logistiche avvengono nottetempo – in quanto sono collocati in aree residenziali, a volte anche a traffico limitato perché in pieno centro città, ed un sovraccarico della rete viaria, che va letta anche come disponibilità di parcheggi.

 

Leggi anche:
Dark Store urbani, l’evoluzione dell’ultimo miglio

 

Una normativa ad hoc

Il caso di Parigi potrebbe fare da apripista per una cascata di provvedimenti legislativi in merito ai Dark Stores in tutta Europa. La capitale francese conta allo stato attuale circa un’ottantina di questi punti di smistamento, con tutte le conseguenze del caso sulle singole aree interessate.

Il Governo francese ha lasciato trapelare la possibilità che ai dark Stores sia applicata una normativa di riferimento, non equiparandoli quindi più a semplici ‘negozi di vicinato’.

La prospettiva più plausibile è che siano messi sullo stesso piano dei magazzini veri e propri, con la richiesta di adeguarsi a tutti i crismi di sicurezza e relativi agli ambienti di lavoro industriali, ma anche con l’interdizione di determinate aree.

Si tratterebbe di una decisione limitante dal punto di vista di chi si occupa di retail, ma allo stesso tempo è comprensibile che le città non possano piegarsi solo alle esigenze commerciali. Indubbiamente c’è anche bisogno di un adattamento da parte dell’urbanistica, ma per stravolgere viabilità e fisionomia di una città ci vogliono tempo, soldi e validi motivi.