L’uso dei combustibili fossili per alimentare i motori dei veicoli adibiti al trasporto stradale, tra l’altro spesso di vecchia generazione, è ancora troppo alto per il nostro Paese: il trasporto merci su gomma ha emesso nel 2020 in Italia circa 39,5 milioni di tonnellate di CO2.

Nello stesso anno il consumo di gasolio ha superato i 23 milioni di tonnellate, di cui quasi 20 utilizzate per l’autotrazione. Tanto che il solo settore trasporti ha coperto, quindi, una quota di oltre l’86% dei consumi nazionali di gasolio. I mezzi da trasporto merci su strada hanno consumato ben il 52% del gasolio totale, diviso fra veicoli commerciali leggeri (21%) e da trasporto merci pesanti (31%).

 

 

Decarbonizzare al massimo

«Risiede in questi numeri la doppia importanza concreta di ottimizzare la gestione del trasporto merci su strada: per limitare al massimo le emissioni e, allo stesso tempo, preservare il flusso di ingenti risorse preziose», si legge nel Position paper messo a punto di recente da UIR, l’Unione Interporti Riuniti, associazione di categoria che rappresenta decine di realtà nazionali.

«Il ruolo degli interporti in questo scenario appare più importante e strategico, considerando che il trasporto merci su strada è uno di quei settori di gran lunga più difficili da decarbonizzare. Ciò, in quanto la loro funzione caratteristica di servizi al trasporto merci e la sua natura di rete logistica intermodale, possono accompagnare e gestire al meglio la transizione energetica nel trasporto stradale medio, leggero e pesante, anche attraverso ricerca applicata di nuove soluzioni».

Gli interporti, sostiene UIR, garantiscono infrastrutture moderne e sicure per un trasporto e una movimentazione efficienti e rispettosi dell’ambiente, con standard di sicurezza garantiti da severe procedure attive e passive.

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La rete intermodale italiana

Consapevole del ruolo che gli interporti possono svolgere nella logistica nazionale, UIR promuove e gestisce l’intermodalità nel trasporto e nella logistica, collaborando con associati e istituzioni per il miglioramento del territorio e delle prestazioni tecniche e ambientali delle strutture interportuali e dell’utenza.

Tra gli obiettivi principali indicati da UIR per gli interporti vi è la digitalizzazione e l’innovazione tecnologica, da raggiungere fornendo proposte e soluzioni per rendere il mix treno-camion un vantaggio competitivo per i servizi di trasporto.

Gli interporti italiani formano una rete nazionale di 26 complessi organizzati, per la gestione integrata delle merci trasportate via terra. Di questi, 12 sono distribuiti nell’area Nord Est del paese, 5 a Nord Ovest, 4 al Centro e 5 al Sud. Sono tutti collocati su quattro corridoi europei che attraversano anche l’Italia: Balcanico-Mediterraneo; Mediterraneo; Scandinavo-Mediterraneo; Reno-Alpi.

Nell’ambito degli interporti italiani sono stati complessivamente movimentati nel 2021 oltre 50 mila treni intermodali. Il traffico intermodale complessivo è stato di oltre 1,2 milioni di UTI. In dettaglio:

• 476 mila containers;

• 445 mila casse mobili;

• 472 mila semirimorchi;

  • 7,5 mila RoLa (Rollende Landstrasse, Autostrada Viaggiante).
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Chi entra e chi esce

La merce totale movimentata è di circa 70 milioni di ton/anno, con un totale di 1.200 aziende di trasporto e logistica coinvolte. Il numero medio giornaliero di mezzi pesanti entrati e usciti dagli interporti è di 25 mila unità.

Le superfici complessive dedicate ammontano a:

• 32 milioni di mq di servizi logistici;

• 3 milioni di mq di terminal;

• 5 milioni di mq di magazzini (di cui 4,5 a temperatura ambiente, 0,365 freschi e 0,235 freddi).

Secondo l’ultima analisi del settore di Deutsche GVZ-Gesellschaft mbH, dei primi 14 interporti più importanti d’Europa, ben 6 sono italiani, contro 4 della Germania e uno di Spagna, Austria, Polonia e Finlandia. L’ampia presenza degli interporti italiani ai vertici della classifica europea, dimostra che la rete UIR può essere considerata un vantaggio competitivo che l’Italia può giocare nei confronti dei concorrenti europei più importanti.

 

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Più treni, meno camion

Gli interporti sono uno degli anelli naturali della catena del valore che è in grado di sfruttare la rendita di posizione italiana, ponte fra Nord Africa, Est Europa, Medio Oriente.

Sono inoltre in grado di intercettare carichi provenienti dall’Asia e in seguito trasportare su gomma fino al cuore dell’Europa occidentale, centrale e settentrionale.

Gli interporti della rete UIR rappresentano quindi gli strumenti che permettono ai porti di collegarsi alle zone produttive nazionali con modalità sostenibili di trasporto, fattore che vede oggi purtroppo i nostri porti in difficoltà rispetto ai competitor europei. Solo un’azione coordinata di porti e interporti potrà quindi, secondo l’Unione, permettere alle nostre infrastrutture il recupero di traffico rispetto al Nord Europa. 

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Una rete ben distribuita

Una delle sfide dell’intermodalità nazionale in termini ambientali si concretizza quindi nel cercare di portare i porti italiani a collegarsi alle zone produttive non solo via camion, come avviene troppo spesso oggi, ma aumentando la quota di traffico ferroviario. In questo modo anche il sistema ambientale nazionale ne beneficerà, in quanto questo significa non congestionare le città che crescono attorno ai porti o nella pianura padana e favorire la vivibilità dei territori.

La rete di interporti nazionali, ben distribuita sui territori industrializzati del paese, è anche in grado di facilitare la transizione energetica, attraverso la sperimentazione di trasporti innovativi limitando l’impatto ambientale del trasporto merci. La possibilità di innovazione e sperimentazione nel trasporto sostenibile è ulteriormente potenziata dalla natura di rete della UIR, capace di comunicare e organizzare prove continuative di mezzi innovativi su tutto il territorio nazionale.