Nell’ultimo anno ci siamo più volte soffermati sul mutamento delle abitudini nel consumo alimentare e di come la GDO abbia cercato di rinnovarsi. Già prima della pandemia, in tempi non sospetti, il farsi strada di piccole economie circolari su scala locale, a volte incentivate da buone pratiche di trasporto personale (si pensi agli sconti offerti da privati e amministrazioni pubbliche in base ai chilometri percorsi in bicicletta anziché in auto), aveva rilanciato i negozi di vicinato.

Adesso l’eCommerce ha assunto proporzioni di massa in pressoché ogni fascia di età e popolazione, facendo scoprire una inedita facilità nell’approvvigionarsi di prodotti altrimenti molto scomodi da reperire.

Questi fattori, assieme ad un sostanziale mutamento delle abitudini alimentari e sociali, stanno mettendo la GDO di fronte a necessarie riflessioni: durante l’undicesima edizione della rassegna “Economia sotto l’ombrellone”, a Lignano Sabbiadoro, gli esperti del settore  Paolo Ciani di Villa Food, Marco Tam di Greenway Group / Filare Italia e Luca Tonizzo di Venfri si sono confrontati proprio sul tema “La distribuzione alimentare fra locale e globale”.

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Come mangiano i trentenni odierni

Uno dei punti alla base dell’analisi di quanto accade nell’emisfero ‘food’ è il mutamento delle abitudini alimentari dei più giovani.

La prima fascia d’età che inizia ad avere un potere d’acquisto, vale a dire quella dei 25-30enni, ha capovolto le abitudini alimentari rispetto a quelle dei propri genitori: sul piatto – è proprio il caso di dirlo – mettono infatti la richiesta abituale per prodotti che pochi anni fa si sarebbero ritenuti ‘esotici’ (vedi lo zenzero), un minor consumo di carne, specialmente equina e ovina, ma soprattutto una spiccata attenzione per la presenza di additivi chimici, cui vengono preferite tecnologie di conservazione più sostenibili e meno dannose per l’organismo.

Un mix di sostenibilità ambientale, salutismo e qualità che giocano a favore del negozio di vicinato con prodotti fortemente local o per le catene a marchio Bio, che la GDO non può ignorare.

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Prima sfida per la GDO: l’etichetta bianca

«Oggi -ha confermato Tonizzo- l’etichetta è molto importante e tutta la filiera è responsabile del fatto che essa sia corretta e riporti tutte le informazioni richieste dai consumatori rispetto alla sostenibilità, alla salubrità, al benessere animale, alla tutela dei lavoratori, ecc.».

«C’è sicuramente un’evoluzione in corso -ha sottolineato Ciani- con un cambiamento di sensibilità del consumatore che è particolarmente spiccato nei più giovani. Oggi i ragazzi di 25/30 anni sono molto più attenti rispetto ai loro genitori e nonni. Ci sono prodotti che stanno sparendo da loro consumo, come ad esempio le carni di cavallo o di capretto, e altri molto richiesti e difficili da trovare come il pesce bio. Il trend principale per i prodotti del futuro è quello di avere la cosiddetta “etichetta bianca” ossia un’etichetta più pulita possibile senza conservanti, additivi e coloranti e che sia più “naturale” possibile. Senza dimenticare, però, ciò comporterà un aumento dei costi per i produttori e per i consumatori».

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Attenzione alle nuove tecnologie, dalla cottura allo stoccaggio

Il consumatore chiederà sempre più alla GDO di trovare prodotti che si servano dell’aiuto che le nuove tecnologie per essere sempre più naturali, sostenibili e salubri.

Esistono, infatti, sistemi, come quelli adottati da Villa Food, di cottura a bassa temperatura e di conservazione ad alta pressione, che permettono di preservare a lungo le qualità dei prodotti senza additivi e conservanti, così come ci sono sistemi tecnologici di irrigazione e analisi con controllo a distanza delle coltivazioni, come quelli adottati da Filare Italia, per ridurre grandemente i consumi di acqua e fertilizzanti. 

Ci sono, poi, come ricordato dal titolare di Venfri, nuove tecnologie che permettono di automatizzare e controllare i magazzini delle aziende distributrici consentendo una migliore distribuzione dei prodotti deperibili, o di realizzare confezioni più sostenibili e leggere per ridurre l’inquinamento connesso alla distribuzione.

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Il ruolo sociale: la rivincita del vicinato

Sui negozi di montagna o dei piccoli borghi è stato Tonizzo a sottolineare come oggi essi facciano un vero e proprio “servizio sociale” e che le poche speranze di riuscire a tenerli aperti vengano da una crescita del turismo perché difficilmente un negozio può reggere economicamente dove il mercato potenziale è così ristretto a causa del progressivo spopolamento. 

Al riguardo Tam ha sostenuto che è necessario un intervento legislativo che agevoli fiscalmente o in altri modi quegli “imprenditori coraggiosi” che decidono di tenere aperto un negozio nei piccoli borghi montani o isolati per fare un servizio alla comunità. Da parte sua Ciani, che ha alle spalle una lunga esperienza da amministratore regionale e la cui azienda ha sede in montagna, ha sottolineato di non credere molto nella politica dei sussidi, ma ritenere necessario rendere più vivibile la montagna, creando economia e aziende di eccellenza in quei luoghi, in modo che le persone siano invogliate a stabilirsi nei piccoli borghi,  perché se la montagna continua a spopolarsi non ci sarà né contributo, né turismo, in grado di garantire l’esistenza duratura di un’attività commerciale. 

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Dalla richiesta ‘global’ la speranza per la GDO Made in Italy

Stimolati dalle domande del moderatore Carlo Tomaso Parmegiani, responsabile editoriale Nord-Est di Eo Ipso, i tre relatori si sono poi confrontati sia sulle necessità per le aziende alimentari italiane di distribuire all’estero.

«Per quanto riguarda la distribuzione all’estero bisogna sfruttare adeguatamente il Made in Italy che nell’alimentare ha un grande appeal – ha detto Tonizzo – e che può consentire alle aziende di produzione di trovare nuovi mercati contrastando la sofferenza che, comunque, si sta vivendo sul mercato interno». 

«Nella distribuzione alimentare internazionale – ha confermato Tam – il marchio Made in Italy ha una grande forza, paragonabile a quello Made in Germany sui prodotti della meccanica, e noi dobbiamo assolutamente sfruttarlo, purtroppo, però, siamo carenti di protagonisti della Gdo internazionale di proprietà italiana e ciò ci pone in condizione di svantaggio rispetto, ad esempio, ai francesi che con catene distributive di proprietà danno priorità all’esportazione di prodotti Made in France nel mondo».

«Il food ormai – ha aggiunto Ciani – si è contaminato e oltre alla richiesta di prodotti local c’è una richiesta di prodotti global, si pensi allo zenzero che prima non esisteva e oggi è su tutte le nostre tavole, e questo offre grandi occasioni di distribuzione dei prodotti locali a livello internazionale e sicuramente i prodotti italiani hanno un grande appeal sui mercati esteri in tutto il mondo».

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