Tra i tanti settori che hanno pagato – e pagano – dazio per effetto della pandemia ce n’è uno cui si pensa in seconda battuta, pur avendo importanza primaria per il funzionamento delle città e dell’economia stessa: stiamo parlando dell’industria dei rifiuti.

Rifiuti speciali, per l’esattezza: proprio loro garantisco ogni anno una florida filiera che ha duplice importanza, sia per l’aspetto ecologico ed igienico che ricopre, sia per quello economico.

WAS – Was Strategy”, think tank del settore patrocinato da Althesys, ha calcolato una prima stima degli effetti della pandemia di Covid-19, tracciando un quadro a tinte fosche per la maggior parte dei settori produttivi.

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Rifiuti speciali e lockdown: un calo netto

Il lockdown ha, fermando la circolazione delle persone e costringendo alla chiusura migliaia di differenti tipologie di attività, drasticamente impattato sulla produzione di rifiuti.

Quelli speciali, che richiedono particolari attenzioni e cure, allo stesso modo sono crollati in volume: una conseguenza facile da intuire del fermo costato quasi due mesi – tra marzo e maggio 2020 – tra la chiusura ordinata dal DPCM del 25 marzo 2020 e la ripartenza estiva.

Tanto per dare due cifre, solo le tre regioni più colpite – ossia Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna – hanno prodotto i 4,2 ed i 4,8 milioni di tonnellate di rifiuti speciali in meno.

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Rifiuti urbani e rifiuti sanitari

Contraendosi i consumi e cambiando lo stile di vita in conseguenza alle restrizioni, si contrae anche la produzione di rifiuti urbani (RU, in gergo tecnico): con una riduzione ipotetica del Pil nazionale tra il 6% e 8% su base annua, la minor produzione di RU potrebbe arrivare fino a 2 milioni e mezzo di tonnellate.

Gli unici a trarre giovamento, per così dire, dalla situazione sono stati i rifiuti sanitari. Come, anche qui, è facile intuire, sono gli unici ad essere andati in controtendenza, il che, per questa che è una nicchia di mercato già di per sé redditizia, è una buona notizia per il settore, almeno finché non si affronta il tema della termovalorizzazione.

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Un apparente beneficio e il deficit di termovalorizzazione

Di per sé la notizia di una minor produzione di rifiuti può apparire una buona novella, specie ad un pubblico di non addetti al settore.

In realtà, si tratta di un boomerang da analizzare attentamente. Infatti, dietro alla raccolta, smistamento, conferimento e smaltimento dei rifiuti c’è una filiera industriale che, apparentemente escluso il settore sanitario, è in sofferenza.

In più, va considerato che in Italia l’economia dei rifiuti speciali era in crescita, seppur con diverse zavorre a latere, prima fra tutte quella della termovalorizzazione: sull’argomento ci sono diverse impasse politiche ed economiche che ne rallentano l’adozione, pur rappresentando una scelta necessaria per ragioni di sicurezza sanitaria.

Proprio l’assenza di strutture simili sta mettendo in crisi anche l’unica nicchia trainante al momento, vale a dire quella dei rifiuti sanitari.

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Armi a doppio taglio: gli oneri di gestione

Vi è poi il paradosso delle tariffe e degli oneri sulla gestione e smaltimento dei rifiuti per settori come quello della ristorazione, che malgrado le misure introdotte da Arera e le proroghe, pendono come una Spada di Damocle sulla testa di esercizi costretti a lavorare a singhiozzo.

Il calo delle attività ridurrà, infatti, solo parzialmente gli oneri dei gestori, data la struttura di costi fissi e la necessità di assicurare la continuità del servizio. Trovare dunque la quadra tra ridurre i ricavi delle imprese di waste management e non penalizzare gli utenti non è materia facile.

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Pandemia opportunità per correggere il tiro?

«Paradossalmente, la crisi indotta dalla pandemia potrà essere un’opportunità per affrontare con determinazione le debolezze del nostro Paese nei rifiuti: carenze di infrastrutture, burocrazia, indecisionismo politico, apatia (o peggio ostilità) sociale».

Con queste parole l’economista Alessandro Marangoni, a capo del think tank e Ceo di Althesys, esprime il suo punto di vista sulla situazione. A suo vedere «La ricostruzione post-Covid dovrà anche ripensare alcuni aspetti del nostro sistema di waste management».

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WAS Report: un settore da 12 miliardi

Gli impatti dell’attuale crisi colpiscono un settore che sta attraversando una fase di profonda trasformazione e che, fino al 2019, cresceva nonostante le criticità italiane. Le maggiori 230 aziende che si occupano di raccolta, trattamento, smaltimento e selezione rifiuti urbani hanno registrato, in quell’anno, un valore di produzione di 11,7 miliardi di euro, con un aumento sia dei rifiuti gestiti (+6,4%) che degli investimenti (+4,1%), rispetto al 2018. Sono solo alcuni dei dati del WAS Report, rapporto annuale di WAS – Waste Strategy, il think tank sull’industria dei rifiuti e il riciclo presentato da Althesys nel dicembre 2020.
Il report ha confermato l’eterogeneità del quadro italiano: la distanza tra la prima delle 120 aziende per valore della produzione (multiutility con circa 1,2 miliardi di euro solo nel waste) e l’ultima (monoutility locale con meno di 10 milioni) è infatti molto ampia. Nel 2019 le grandi multiutility quotate hanno generato il 31% del valore di produzione, coprendo poco meno di 3.000 Comuni e il 30% dei rifiuti raccolti. Alle piccole e medie monoutility se ne deve invece il 23%, con il 40% delle municipalità servite. Al contempo, la raccolta differenziata media aumenta di 1,7 punti percentuali, passando dal 63% al 64,7%, rispetto ad un dato nazionale che era nel 2018 del 58,1%.

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Numeri e investimenti

Sono stati appunto i maggiori player a far crescere il mercato anche nel 2019, nonostante il quadro macroeconomico debole. I rifiuti gestiti dalle Top 120 aziende della raccolta, trattamento e/o smaltimento si sono attestati su 26,5 milioni di tonnellate, con un aumento del 6,4% sull’anno precedente. 

Le sole aziende di igiene urbana, in particolare, hanno raccolto 22,8 milioni di tonnellate, aumentate del 6,5% rispetto al 2018. Sono cresciuti anche gli investimenti (+4,1% rispetto al 2018), pari a circa 535 milioni di euro. 

Le Top 120, pubbliche e private, che coprono il 56% dei Comuni italiani, servono circa il 70% degli abitanti e raccolgono il 76% dei rifiuti urbani.

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